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Diffamazione | 14 Nov 2017
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Abruzzo, Ezio Cerasi al governatore D'Alfonso: «Contro presunti diffamatori meglio azioni penali che 'querele temerarie'»

La replica del componente della Giunta esecutiva Fnsi al governatore dopo l'elenco delle azioni civili intentate dal presidente della Regione. «Il giudizio penale prevede un 'filtro' che nel 90% dei casi porta ad archiviare la querela. Il giudizio civile, con richiesta di risarcimento danni (anche con tanti zeri), genera il sospetto di un intento intimidatorio», osserva.
Ezio Cerasi con Lilli Mandara in tribunale a Pescara

«L’offensiva lanciata dal Presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, contro i suoi presunti diffamatori rischia di finire nella casistica delle querele temerarie. Un fenomeno odioso che spinge l’Italia al 52mo posto nella classifica della libertà di stampa perché: comprime il diritto di cronaca, ovvero il diritto dei cittadini ad essere informati e scoraggia il diritto di critica e libero pensiero sancito dalla Costituzione». Ezio Cerasi, componente della Giunta esecutiva della Fnsi, replica così al governatore dell’Abruzzo che qualche giorno fa aveva elencato le civili intentate da quando è presidente della Regione.

«Innanzitutto – prosegue Cerasi – due premesse, per fugare ogni equivoco: la diffamazione è un reato grave e va sempre perseguito; nessuno deve o può sottovalutare i danni provocati alle persone da notizie o affermazioni false, scorrette per incuria o malafede. Le perplessità però, riguardano la scelta delle tutele previste dall’ordinamento giuridico.  Il presidente regionale scrive di aver avviato “azioni civili", nei confronti di quattro persone (un semplice cittadino, due politici e una giornalista ). Azioni indubbiamente coerenti con l'ordinamento giuridico».

Secondo Cerasi, proprio questo è il punto: «Troppo spesso il presunto diffamato non ricorre al giudizio penale, che prevede un “filtro” circa la rilevanza della querela e permette alla procura di chiederne, eventualmente, l’archiviazione. In Italia quasi il 90 per cento delle querele intentate risulta infondato (fonte Ministero della Giustizia ). Il “filtro” dunque funziona, ma non è previsto dal giudizio civile in cui il processo inizia senza un vaglio preventivo. La persona citata, anche se innocente, si trova a sostenere le spese legali fino alla sentenza, con tempi molto lunghi. Insomma dal punto di vista processuale l’azione civile con richiesta di risarcimento danni (anche con tanti zeri) risulta più vantaggiosa per il querelante e genera il sospetto di intento intimidatorio, soprattutto quando ad essere citato è un giornalista freelance».

Una “pressione” che, conclude Ezio Cerasi, «incide su tutti i professionisti dell'informazione perché scoraggia le notizie vere, ma scomode. In molti Paesi più attenti alla libertà di stampa, le querele temerarie sono residuali perché l'avvio di un procedimento giudiziario è condizionato dal versamento di una cauzione (la metà di quanto richiesto come risarcimento) e in caso di accertata temerarietà la somma spetta al querelato. Restano purtroppo inascoltati gli appelli della Federazione della Stampa e dell’Ordine dei giornalisti, ma in attesa che il Parlamento italiano vari una legge di assoluta civiltà  giuridica, invito il presidente D'Alfonso, molto attento ai principi democratici della libertà di critica richiamati in premessa nel suo intervento, ad avviare piuttosto azioni penali contro presunte diffamazioni, un reato odioso punito con la reclusione fino a tre anni».

@fnsisocial
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