“Mi ha colpito la notevole convergenza di opinioni sulla crisi che stiamo attraversando e sulla necessità di cambiamento e di innovazione. Muovo un cenno critico al vostro slogan congressuale che accenna alla qualità del lavoro giornalistico, ai diritti e al lavoro. Forse valeva la pena di accennare ai doveri che spesso sono dimenticati. Ma è uno slogan convincente, nel complesso. Non è in discussione la centralità e la necessità che gli editori hanno di investire, dopo una prima fase di ristrutturazione. È in atto una trasformazione del modo di lavorare del giornalista: sono cambiati gli strumenti, le piattaforme, il linguaggio e i fruitori dell’informazione.
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Sono cambiate anche le regole con cui le parti sociali hanno gestito gli accordi contrattuali. Il rinnovo contrattuale ha portato con sé giudizi diversi sia all’interno del sindacato che tra gli editori. Abbiamo fatto un passo avanti, ma non sufficiente a risolvere i problemi. Il bene fondamentale di qualsiasi impresa editoriale sono i giornalisti. Per questo è essenziale un processo di formazione permanente, gestita con programmi di alto livello e finanziata con risorse adeguate. Credo che gli editori siano a disposizione nel mettere mano al portafoglio per questo scopo. Che finora è stato affrontato con superficialità da parte degli editori che hanno scambiato l’aggiornamento professionale o la formazione come incentivi elargiti al posto di quelli retributivi. La formazione serve a chi già opera nelle redazioni e a tutti coloro che per varie ragioni sono stati espulsi dalle redazioni e hanno necessità di riqualificarsi. È utile anche quella di base per incentivare l’ingresso di giovani professionisti, visto che università e scuole di giornalismo probabilmente non sono sufficienti per affrontare la vita lavorativa. Non è continuando a tagliare che si risolvono i problemi: è giunto il momento di investire e la formazione è uno degli investimenti più importanti”.
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