Cerca nel sito
Cerca nelle notizie
Dal
Al
Home  |  News  |  Internazionale
Internazionale | 20 Mar 2017
CONDIVIDI:

Inviati di Report fermati in Congo, Articolo 21: «Il governo chieda spiegazioni. Serve un protocollo a difesa dei giornalisti»

Sono rientrati in Italia e stanno bene Luca Chianca e Paolo Palermo, i due giornalisti di Report arrestati in Congo Brazzaville dopo aver intervistato un imprenditore italiano nell’ambito di un’inchiesta su una presunta tangente pagata da Eni per ottenere la concessione sul giacimento nigeriano. «L’Onu approvi un protocollo a difesa dei reporter», chiede l’associazione Articolo 21.
L’arrivo a Fiumicino dei giornalisti di Report
L’arrivo a Fiumicino dei giornalisti di Report
L’arrivo a Fiumicino dei giornalisti di Report

È inquietante la vicenda dell'arresto in Congo Brazzaville dei due inviati di Report, rientrati oggi a Roma ma senza attrezzatura e girato. Luca Chianca e Paolo Palermo erano nel Paese africano per seguire la traccia di una presunta tangente pagata da Eni per ottenere la concessione sul giacimento nigeriano. Dopo l'intervista a un imprenditore italiano molto noto a Pointe Noire, località marina dove si trovavano i due cronisti, agenti delle forze di sicurezza locali si sono presentati nell'albergo dove si trovavano, portandoli via e sequestrando tutta l'attrezzatura, telecamere, telefoni, e soprattutto l'intero girato, che è stato attentamente visionato e non restituito. La liberazione è arrivata solo dopo l’intervento dell'ambasciatore italiano Andrea Mazzella e grazie all'interessamento del ministro dell'Interno.

Riteniamo che ora, dopo il riserbo, tenuto in questi giorni da Rai e dalla struttura diplomatica, per non complicare la trattativa per il loro rilascio, il ministero degli Esteri italiano debba chiedere spiegazioni al governo di Brazzaville con cui l'Italia intrattiene buone relazioni, e dove operano molte aziende italiane, a cominciare proprio dall'Eni.

Non solo: quanto accaduto ai giornalisti di Report in un Paese che non è zona di guerra né passa, almeno nelle classifiche ufficiali, per essere tra gli Stati a rischio per i nostri concittadini, deve essere motivo per rilanciare la richiesta alle istituzioni internazionali, prima fra tutti l'Onu, di approvare al più presto un protocollo di protezione speciale per i giornalisti, e non solo in zone di guerra. L'informazione, soprattutto d'inchiesta, è riconosciuta dal diritto internazionale quale strumento indispensabile a garantire la stessa vita democratica e una piena cittadinanza.

Non è accettabile che i cronisti in tutto il mondo, anche quando indagano su interessi e presunte malefatte di soggetti privati, vedono messa in pericolo la loro incolumità e distrutto il frutto del loro lavoro non da bande di criminali ma da organi di uno stato riconosciuto dal nostro governo e membro delle stesse Nazioni Unite.

Fonte: Articolo21

@fnsisocial
  Vedi altre news

Articoli correlati

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalita illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Leggi di più