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Cdr 10 Ott 2006

Licenziata una giornalista de Il Messaggero E' necessaria alla redazione, per il direttore è bravissima; ma ha la colpa di aver fatto causa

La proprietà ha licenziato una redattrice del Messaggero, comunicandolo solo verbalmente al Cdr, la rappresentanza sindacale interna, e senza i dovuti tempi contrattuali, in violazione quindi dei termini di legge.

La proprietà ha licenziato una redattrice del Messaggero, comunicandolo solo verbalmente al Cdr, la rappresentanza sindacale interna, e senza i dovuti tempi contrattuali, in violazione quindi dei termini di legge.

La tesi dell'azienda è che non si tratti di un licenziamento, ma solo dell'effetto di una sentenza di Cassazione che ha ritenuto nullo il rapporto di lavoro con la redattrice che ha dedicato – sia detto non per inciso – quasi vent'anni della sua vita e del suo lavoro alla nostra testata. La storia è quella di una collega impegnata dal 1989 al 1997 come redattrice di fatto a Pescara e che si è rivolta alla magistratura solo dopo essere stata mandata via dalla redazione. Non un'azione ostile nei confronti dell'editore, ma la semplice richiesta che le venisse riconosciuto il lavoro fatto. Un riconoscimento che ha ottenuto dal tribunale d'appello che ha stabilito per lei la sede di Pescara. L'azienda, dopo appena una settimana, l'ha invece trasferita in un'altra città, ad Ancona. La collega non ha fatto obiezioni, e ad Ancona ha dato tutta se stessa nel lavoro, con il riconoscimento unanime, di impegno, entusiasmo, rare capacità professionali da parte di tutti i colleghi, direttore in testa. E' il terzo caso che si verifica al Messaggero, di giornalisti licenziati per lo stesso principio di Cassazione, e cioè quello della nullità del contratto di lavoro giornalistico stipulato con un soggetto che non sia già un professionista. Questo nonostante la Corte costituzionale abbia stabilito che perfino il direttore di un giornale possa essere un pubblicista, e nonostante il contratto di lavoro indichi, come prassi, l'assunzione del giornalista praticante che solo dopo diciotto mesi può diventare professionista. L'Assemblea dei redattori del Messaggero, nel rispetto delle sentenze della Corte di Cassazione, sottolinea che però la Corte non ha imposto alla proprietà di licenziare i giornalisti, decisione invece presa dall'Editore, che se ne assume tutta la responsabilità. L'Assemblea ritiene inammissibile il mancato rispetto del contratto, che affida al Cdr il diritto di discutere gli organici redazionali. L'Assemblea respinge inoltre l'idea che non venga tenuta in nessun conto l'opinione del direttore, che aveva assicurato al Cdr il suo impegno per evitare il licenziamento della collega; che non si considerino le capacità professionali dei singoli giornalisti, che sono il primo requisito di qualità di un giornale; che non si accetti a priori che un lavoratore si rivolga alla magistratura per far valere i suoi diritti, come è lecito in un Paese democratico. Che, in definitiva, tutto si debba risolvere in un rapporto di forza. Il Cdr aveva proposto di aprire un tavolo di lavoro per affrontare la questione. Ma questa possibilità è stata negata, con un rifiuto che pare piuttosto una intimidazione. Tutto questo avviene mentre la redazione di Ancona soffre una drammatica carenza di organico, e mentre la Redazione ha più volte posto in Assemblea la questione della difesa dell'autonomia e della qualità del Messaggero dall'invadenza di interessi diversi, che non siano quelli di una corretta informazione. Un quadro complessivo reso ancora più preoccupante dalla politica aziendale di appesantire il giornale con un carico pubblicitario esagerato, che mortifica gli spazi per le notizie, colpisce l'identità del Messaggero, e che manca di rispetto al lettore. L'Assemblea dei Redattori del Messaggero

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