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Internazionale | 11 Ott 2017
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Rientrati in Italia i giornalisti Di Matteo e Rossi. «Sembrava tutto preparato, ci siamo sentiti incastrati»

Di ritorno dal Venezuela, i reporter arrestati nel carcere di Tocoron mentre stavano realizzando un reportage hanno raccontato in Fnsi quanto accaduto. Lorusso: «La libertà di stampa è sempre più sotto attacco. Il 23 ottobre, Giornata mondiale per la fine dell'impunità per i crimini contro i giornalisti, mobilitiamoci per denunciare le minacce di cui sono vittima i colleghi».
Alcuni momenti della conferenza stampa
Alcuni momenti della conferenza stampa
Alcuni momenti della conferenza stampa
Alcuni momenti della conferenza stampa
Alcuni momenti della conferenza stampa

Dovevano restare due settimane ma dopo la prima sono stati arrestati e una volta liberati hanno deciso di tornare in Italia. «Abbiamo documentato una settimana con il collega Jesus Medina, giornalista di opposizione al governo, e volevamo farne una seconda con esponenti filogovernativi. Non eravamo lì per fare un reportage di parte, ma cercavamo il maggior numero di punti di vista possibile. Non abbiamo potuto raccoglierli».

A parlare sono Roberto Di Matteo e Filippo Rossi, i giornalisti rimasti 24 ore in carcere a Tocoroncito, collinetta che sovrasta il penitenziario di Tocoron, a circa 100 chilometri da Caracas, dove si trovavano per realizzare un’inchiesta sulle condizioni di vita dei detenuti.

«Ci teniamo a ringraziare soprattutto i colleghi della redazione de Il Giornale che, nonostante fossimo in Venezuela come freelance, si sono subito attivati presso la Farnesina e le autorità diplomatiche perché ci prestassero tutta l’assistenza del caso. E ringraziamo anche le istituzioni, la Federazione della Stampa e tutti quanti si sono mossi per la nostra liberazione», dicono in apertura della conferenza stampa organizzata in Fnsi al loro rientro dal Sud America.

«La libertà di stampa e di espressione è sotto attacco in Sud America come in altre parti del mondo, a partire dalla Turchia, dall’Egitto e dalla Siria», dice il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso, salutando i due colleghi tornati in Italia. «È una situazione intollerabile. Il 23 ottobre è la Giornata mondiale per la fine dell'impunità per i crimini contro i giornalisti. Occorre mobilitarsi e denunciare le minacce e i crimini di cui sono vittima i colleghi, in Venezuela come nel nostro Paese».

Di Matteo e Rossi raccontano quello che hanno visto in quella settimana e quello che è avvenuto venerdì, giorno in cui sono stati arrestati all’interno del penitenziario. «Non siamo andati in Venezuela in maniera sprovveduta – ci tengono a precisare –. Abbiamo sempre cercato di muoverci con cautela. Il luogo dove alloggiavamo non lo conosceva nessuno per sicurezza. Prima di recarci a Tocoron abbiamo allertato la stampa locale e chiesto loro di attivarsi se non fossimo rientrati entro le 6 del pomeriggio».

Un viaggio organizzato nei minimi dettagli. Eppure quella mattina, quando insieme al collega venezuelano, dopo aver avvisato della "visita", si sono presentati ai cancelli di Tocoron, qualcosa non è andato come previsto. «Arrivati all’ingresso – raccontano alternandosi al microfono – ci siamo presentati come giornalisti e abbiamo chiesto del direttore. La guardia ci ha aperto. Il direttore ci aspettava e ci ha portato all’interno degli uffici amministrativi. Arrivati in uno di questi uffici ci hanno fatto aprire lo zaino e ci hanno dichiarati in arresto».

All’interno dello zaino c’era il materiale di lavoro: microfoni, macchia fotografica, cellulari, una telecamera Go Pro. «Non abbiamo introdotto di nascosto questo materiale. E non abbiamo introdotto nel carcere nessuna microcamera nascosta. Ci hanno sequestrato tutto e non abbiamo potuto fare le interviste che eravamo lì per fare», proseguono.

«C’erano dei giornalisti ad aspettarci. A dichiararci in arresto è stato il direttore del carcere. Sembrava tutto preparato. Del resto i responsabili della prigione sapevano del nostro arrivo. L’idea che ci siamo fatti? Che ci avessero incastrato. Ma non sappiamo chi, né perché».

Poi la consegna nella mani della Guardia Nazionale Bolivariana. «Ci hanno trattato bene. Ci hanno dato da mangiare. Dalla nostra cella sentivamo la discoteca fuori. Tocoron è una prigione "aperta", c’è di tutto: piscina, parco giochi, ai detenuti non viene dato cibo. Se lo producono da sé», raccontano.

Una volta scarcerati, con in tasca un ordine di rilascio con «libertà piena», Di Matteo e Rossi hanno anche pensato di restare in Venezuela per finire il lavoro. Poi, parlando anche con avvocati e personale del consolato hanno deciso di tornare.

«Il governo non ci ha cacciato, ma il governo non controlla il territorio», spiegano. «Nel nostro caso la giustizia ha funzionato e anche in tempi rapidi. Hanno controllato le registrazioni che hanno confermato che eravamo con il direttore all’interno del carcere. Lo stesso militare che ci ha aperto ha testimoniano per noi. Anche se fino al momento di comparire davanti al giudice non ci hanno detto quali fossero le accuse. Ma nella maggior parte dei casi, chi viene arrestato aspetta mesi prima di sapere di cosa è accusato. Abbiamo pensato fosse più sicuro tornare», osservano.

E alla domanda: «Pensate di tornaci in futuro?». «Vedremo», rispondono con un sorriso imbarazzato. «Ci torneremo con i se e con i ma». Intanto i due reporter hanno tanto da raccontare di quello che hanno visto. Perso il materiale portato nel carcere, hanno recuperato quello che avevano lasciato a Caracas. Servirà per realizzare un documentario, del quale hanno anticipato il trailer, dal titolo "Gente de Venezuela".

@fnsisocial
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