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Sprechi in Rai, l'Usigrai replica a Milena Gabanelli
Servizio pubblico 17 Lug 2018

Sprechi in Rai, l'Usigrai replica a Milena Gabanelli: «Le inefficienze che indica noi le denunciamo da anni»

La giornalista ex conduttrice di Report punta il dito contro «l'inefficienza mostruosa prodotta dalle scelte politiche nella spartizione delle poltrone». La risposta del sindacato aziendale: «Chi vuole bene alla Rai chiede una legge di riforma che la liberi dai partiti e dai governi».

Alla vigilia del voto per la nomina dei componenti del Cda Rai scelti dal Parlamento, Milena Gabanelli dedica all'azienda del servizio pubblico radiotelevisivo una puntata del suo 'Dataroom', su Corriere.it, puntando il dito contro gli spechi e le inefficienze della concessionaria.

«Le inefficienze che Gabanelli denuncia, l'Usigrai le denuncia da anni, perché ricadono sulla carne viva di giornalisti, tecnici, impiegati, operai, assistenti, programmisti, insomma di tutte le lavoratrici e i lavoratori», replica il sindacato dei giornalisti Rai, che in una lettera al direttore del Corriere della Sera ribadisce: «L'Usigrai chiede da anni una profonda rivoluzione delle news, ma i vertici di Viale Mazzini non sono mai riusciti a produrne una».

PER APPRONFONDIRE
La puntata di 'Dataroom' dal titolo 'RAI: 13.000 dipendenti , 1.760 giornalisti, 8 testate, ma ultima nelle news online' è disponibile a questo link.

La lettera di risposta dell'Esecutivo dell'Usigrai alla giornalista ex conduttrice di Report è riportata di seguito.

Caro direttore,
oggi Milena Gabanelli torna a parlare della Rai Servizio Pubblico dalle pagine del Corriere della Sera, quotidiano di proprietà — ricordiamolo — dello stesso editore di La7, Urbano Cairo, che nei giorni scorsi ha chiesto per la sua azienda una fetta del canone. Un articolo scritto attingendo a piene mani dai documenti che ha avuto mentre era dirigente della Rai, ma nel quale mancano alcune informazioni fondamentali e che purtroppo ancora una volta prende di mira l’obiettivo sbagliato.
L'Usigrai chiede da anni una profonda rivoluzione delle news. I vertici di Viale Mazzini non sono mai riusciti a produrne una. Qualunque progetto, o bozza di progetto, è stato affossato dagli stessi vertici Rai, per guerre intestine, prima ancora di portarlo al confronto con il sindacato. Pertanto i conservatori, quelli che difendono l’esistente, non sono nelle redazioni, ma hanno abitato i piani alti di Viale Mazzini.
Lo stesso vale per un progetto sul web. E Gabanelli ne sa qualcosa, visto che lei stessa è stata costretta a lasciare la Rai perché bloccata non certo dalle redazioni, ma dai conservatori del Consiglio di Amministrazione di Viale Mazzini. Pertanto, ci saremmo aspettati da parte sua prima di tutto una forte presa di posizione per la vera emergenza della Rai: una riforma per liberare la Rai dai governi e i partiti. E invece, con tempismo sospetto, alla vigilia delle nomine del nuovo CdA non si chiede a governo e parlamento di cambiare la legge che sta per portare all’ennesima occupazione del Servizio Pubblico, ma come al solito si prendono di mira redazioni e dipendenti.
Le inefficienze che Gabanelli denuncia, l’Usigrai le denuncia da anni, perché ricadono sulla carne viva di giornalisti, tecnici, impiegati, operai, assistenti, programmisti, insomma di tutte le lavoratrici e i lavoratori. E sono il «costo della politica»: partiti e governi che non vogliono togliere le mani dalla Rai.
Al quadro fatto, serve poi fare alcuni chiarimenti e alcune correzioni:

1. Tra i principali Servizi Pubblici europei, la Rai ha il canone più basso, il minor numero di dipendenti, ma lo share più alto e la quota di mercato più grande; risultato possibili grazie alla straordinaria professionalità dei dipendenti Rai che lavorano in condizioni troppo spesso indecorose, eppure assicurano alla nostra azienda il primato di ascolti.

2. I programmi di approfondimento e talk nelle reti sono affidati troppo spesso con appalti allo strapotere di agenti e società di produzione esterne. E troppo spesso chi lavora lì ha mortificanti contratti a partita Iva;

3. Come Gabanelli sa, avendo partecipato alle trattative sindacali, l’Usigrai chiede da anni un serio progetto web. Ma ancora una volta è stato il vertice aziendale a non saperlo produrre. E se oggi 6 regioni hanno un sito web è grazie alla spinta del sindacato e all’impegno delle redazioni;

4. I dati sugli stipendi sono fuorvianti perché riferiti al costo azienda. Per brevità facciamo l’esempio sui nuovi assunti: i presunti 70mila euro sono il costo azienda, di cui quasi 25mila sono di oneri fiscali e contributivi, identici in tutte le aziende (che il lavoratore neanche vede). I circa 45mila che restano sono lordi. Ai colleghi vanno realmente circa 2mila euro. Uno stipendio buono, per carità. Ma praticamente quanto previsto dal Contratto nazionale di lavoro giornalistico, che dovrebbe essere vigente in tutte le aziende editoriali. O preferiamo il mondo dei contratti violati e dei sottopagati a 3 e 5 euro al pezzo?

Chi ha a cuore il rilancio e il futuro della Rai Servizio Pubblico, troverà sempre l'Usigrai dalla sua parte, pronta sempre a confrontarsi nel merito. Chi invece ha intenzione di delegittimarla, o addirittura a ridimensionarla, troverà sempre l’opposizione del sindacato. Chi vuole bene alla Rai deve chiedere la cura urgente non del sintomo ma della malattia: chiedendo una legge di riforma che liberi la Rai dai partiti e dai governi. Per avere un buon Amministratore delegato il Servizio pubblico non deve affidarsi alla clemenza di un governo. Solo una Rai libera potrà essere efficiente, essere rivoluzionata, ideare e realizzare i progetti urgenti per il suo rilancio e costruire finalmente la Rai servizio pubblico radiotelevisivo e multipiattaforma.

@fnsisocial

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