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Associazioni | 05 Giu 2019
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Firenze, corso di formazione Ast nel carcere di Sollicciano

Fra i temi affrontati: il reinserimento dei detenuti, il lavoro della Polizia penitenziaria, i compiti di monitoraggio svolti negli istituti di pena per contrastare il terrorismo internazionale, il difficile compito dei cronisti che devono raccontare l'universo carcerario.
Un momento del corso di formazione
Un momento del corso di formazione

Il ruolo di reinserimento dei detenuti, la scoperta di uno dei corpi più giovani e più attivi tra le forze di polizia, la Polizia penitenziaria, i compiti di monitoraggio che negli istituti di pena vengono svolti per contrastare il terrorismo internazionale, le criticità che si presentano nella gestione della collettività dei detenuti talvolta in situazioni di sovraffollamento, il difficile compito dei cronisti che devono raccontare l'universo carcerario. Questi alcuni dei temi sviluppati dal corso di formazione per giornalisti che, organizzato dall'Associazione Stampa Toscana con il Corpo di polizia penitenziaria, si è svolto nel carcere di Sollicciano, la struttura carceraria più importante della Toscana. Il corso si è aperto con un commosso ricordo del collega Enrico Pini, per anni fiduciario Casagit in Toscana, del quale proprio oggi si sono svolti i funerali.

Il senso del corso lo ha spiegato il presidente dell'Ast, Sandro Bennucci, ricordando il primo contatto tra il sindacato dei giornalisti e la Polizia penitenziaria i cui agenti fornirono la scorta d'onore alla sorella della collega Daphne Caruana Galizia, quando due anni fa ricevette a Firenze il premio Giornalisti Toscani assegnato alla memoria della giornalista uccisa a Malta. «Da allora – ha detto Bennucci – è cresciuto l'interesse professionale per il mondo carcerario, del quale dobbiamo spesso scrivere, e verso gli uomini e le donne che con il loro lavoro ne assicurano la funzionalità».

«È stato il direttore del carcere di Sollicciano, Fabio Prestopino, a sottolineare il ruolo fondamentale che nel moderno trattamento penitenziario svolgono gli agenti, assicurando poi ai giornalisti il massimo di trasparenza e di accessibilità possibile alle informazioni del 'pianeta carcere' che provengono dalla casa circondariale di Firenze. Preziosa la testimonianza del Procuratore della Repubblica di Firenze, Giuseppe Creazzo, che ha evidenziato anche il ruolo investigativo di un corpo di polizia che non ha soltanto il compito della custodia, ma anche quello del monitoraggio dell'insieme dei detenuti e che, in molti casi, si è tradotto in un contributo importante alle indagini della magistratura.

Il giornalista Stefano Fabbri ha ricordato le procedure di approccio alle fonti per i giornalisti che si occupano di carcere, a cominciare proprio dai detenuti che è possibile intervistare previa autorizzazione, ma anche quanto prevedono le norme deontologiche per questo particolare genere di attività, fissate dalla Carta di Milano e che si incentrano sul rispetto sostanziale della persona privata della libertà personale. A concludere l'evento formativo, organizzato grazie all'apporto del commissario comandante del Nucleo traduzioni e piantonamenti di Sollicciano, Giuseppe Simone, è stato l'approfondito intervento del Comandante del reparto della Polizia penitenziaria della Casa circondariale, Massimo Mencaroni. Il Comandante ha insistito sul concetto di sicurezza non fine a se stesso, ma come elemento fondamentale del trattamento penitenziario, cioè dello sforzo compiuto per aderire al principio di recupero e reinserimento fissato dalla Carta costituzionale.

Particolare attenzione viene posta anche nella vigilanza contro la radicalizzazione in carcere di elementi potenzialmente pericolosi sul fronte del terrorismo internazionale: dei 60mila detenuti italiani circa un terzo sono stranieri e in gran parte provenienti dalle aree più a rischio, soprattutto dal Maghreb; una proporzione che a Firenze è del tutto invertita poiché su circa 800 detenuti, a fronte di circa 450 agenti di polizia penitenziaria, solo un terzo sono italiani.

Infine il rapporto con la città e con il tessuto sociale: oltre agli agenti di Polizia penitenziaria, al personale educativo e amministrativo, ad assistere ed occuparsi dei detenuti sono il personale sanitario della Asl, i docenti, decine di volontari impegnati nelle attività culturali e sportive. Riguardo ai detenuti, solo un terzo è impegnato in attività rieducative e circa 160 in attività lavorative. «Non ci basta – ha detto il direttore Prestopino – perché il lavoro è una componente fondamentale della vita in carcere e della vita che attende i detenuti una volta fuori. E per migliorare abbiamo bisogno della collaborazione delle imprese».

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