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Mattia Motta
Manifestazioni 30 Apr 2019

Primo Maggio, in piazza a Bologna anche i rider dell'informazione

«Proviamo a 'unire i puntini'. Uniamo le lotte. Scopriremo che l'unico disegno che può uscirne mostra lavoratori stanchi della giungla senza regole in cui devono vedersela con editori, multinazionali e istituzioni che, quando va bene, si girano dall'altra parte», scrive il presidente della Clan Fnsi, Mattia Motta.

di Mattia Motta*

Se fossimo in un film, saremmo in un film d'avventura: 'Alla ricerca della dignità (del lavoro) perduta'. Se dovessimo scrivere il testo di una canzone, con ogni probabilità sarebbe interpretata da un inedito Fedez, che si troverebbe a cantare: 'Dove vai, se la mancia non ce l'hai?'. Invece, purtroppo, il mondo del lavoro precario, senza diritti né tutele, in questo primo maggio 2019 è tragicamente cogente e reale. Emergono connotati grotteschi, infatti, nella dialettica che vede il ministro del lavoro, Luigi Di Maio, rapportarsi ai ciclofattorini in balìa di app e algoritmi, che attraverso il cosiddetto 'ranking reputazionale' decidono vita, morte e miracoli del loro lavoro. E altrettanto grottesca, in un parallelo tutt'altro che ardito, appare la situazione dei giornalisti precari italiani. Migliaia di professionisti pagati 'a pezzo', senza diritti né tutele, che proprio in Emilia-Romagna hanno gridato al mondo di essere 'i rider dell'informazione'. Una condivisione ideale di storture che vanno dal cibo a domicilio portato da un 'lavoratore autonomo', alle notizie dei palazzi del potere scritte da giornalisti pagati a cottimo. La mancanza di regole, norme e minimi livelli di dignità del lavoro sono gli elementi comuni tra questi mondi così lontani e nello stesso tempo così vicini.

La 'narrazione' del lavoro in Italia, a quanto pare, non sta funzionando. In tanti rimangono indietro, e tra chi è costretto a salire sui tetti per farsi ascoltare, e chi per scioperare deve 'uscire' da un'applicazione, sono in tanti ad augurarsi che il palco del Primo Maggio a Bologna, da cui parleranno Maurizio Landini, Anna Maria Furlan e Carmelo Barbagallo, possa cambiare segno e tentare di ricomporre un mondo del lavoro mai così frammentato e diviso.

Tanto ci ha messo lo 'strappo' del jobs act: lavoratori che vantano diritti indisponibili da un lato (quelli assunti prima del marzo 2015), e lavoratori i cui stessi diritti sono monetizzabili (quelli assunti dopo, ndc). E se la sensibilità della (fu?) rossa Emilia-Romagna su questi temi è nota, chissà che il palco di piazza Maggiore riesca a dare visibilità e forza al tema del 'lavoro povero', che accomuna fattorini e giornalisti non dipendenti.

Proprio in Emilia-Romagna, infatti, i giornalisti precari di Parma e Piacenza sono scesi in piazza per denunciare condizioni di sfruttamento simili a quelle dei rider dei vari Deliveroo, Glovo, Foodora, Uber Eats. E dal canto loro, pochi giorni fa i ciclofattorini si sono 'sloggati' dalle piattaforme, mettendo in campo così uno sciopero 2.0.

L'esplosione delle contraddizioni del 'lavoro povero' è lampante. Con un ministro del Lavoro che traccheggia sul tema e al massimo ha emanato 'spot' sui social, anziché norme e regole che chiedono rider e giornalisti, orfani di norme e spesso di rappresentanza, entrambi bisognosi di tutela nei confronti di committenti che definire 'forti' appare riduttivo.

Si assomigliano molto, infatti, giornalisti precari e ciclofattorini. Le richieste di un salario giusto, il diritto alla malattia, alle ferie, al riposo, le tutele previdenziali e contro gli infortuni, accomuna questi lavoratori. Questa Festa dei lavoratori e delle lavoratrici può portare sul tavolo del governo i temi del lavoro povero. Giornalisti precari, sottoposti a forme di sfruttamento legalizzato come i CoCoCo, senza diritti né tutele, e fattorini delle consegne a domicilio, lavoratori autonomi (sic) in cerca dei minimi termini di tutela contrattuale come ai tempi degli scioperi delle mondine del Pavese del secolo scorso. A unire fattorini e giornalisti precari, al di là delle parole del segretario generale Fnsi, Raffaele Lorusso, che ha paragonato i CoCoCo dell'informazione ai rider del cibo a domicilio, sono problemi contrattuali, di tutela individuale e collettiva. E soprattutto problemi retributivi.

Per i giornalisti, infatti, rimangono ancora lettera morta sia un Equo compenso (legge 233/2012), sia l'emanazione delle tabelle per la liquidazione giudiziale dei compensi. Per i fattorini, l'organizzazione del lavoro senza volto né cuore delle applicazioni prodotte dalle multinazionali, e la mancanza di tutele minime sono temi non più rinviabili.

A Bologna, il Primo Maggio, proviamo a 'unire i puntini'. Uniamo le lotte. Scopriremo che l'unico disegno che può uscirne mostra lavoratori stanchi della giungla senza regole in cui devono vedersela con editori, multinazionali e istituzioni che, quando va bene, si girano dall'altra parte.

*Mattia Motta è segretario generale aggiunto della Fnsi e presidente della Commissione nazionale lavoro autonomo.

@fnsisocial

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