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Ordine | 14 Apr 2014
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"Riforma Ordine? Allineati, soprattutto graditi alla presidenza"

Non dovremmo più stupirci di cosa accade al consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti dove, fatta salva una ormai irriducibile opposizione che - osteggiata su tutto - prova la strada della riforma, tutto sembra correre verso la giustificazione delle tesi di chi ne vorrebbe l'abolizione. Difficile riformarlo con una maggioranza che contraddice se stessa e snatura per interessi diversi (tutti meno quelli della categoria) la proposta di riforma elaborata dalla stessa. Non basta.

Non dovremmo più stupirci di cosa accade al consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti dove, fatta salva una ormai irriducibile opposizione che - osteggiata su tutto - prova la strada della riforma, tutto sembra correre verso la giustificazione delle tesi di chi ne vorrebbe l'abolizione. Difficile riformarlo con una maggioranza che contraddice se stessa e snatura per interessi diversi (tutti meno quelli della categoria) la proposta di riforma elaborata dalla stessa. Non basta.

Anche la pessima figura fatta con il garante sul tema della privacy non ha scalfito una dirigenza ordinistica che rappresenta solo pezzi di categoria, parte dei quali con la professione hanno poco a che fare pur ergendosi, in modo strumentale, a paladina di precari e collaboratori. Tutto pur di giustificare la propria sopravvivenza. E in questo clima si colloca anche la composizione della nuova commissione per la riforma (quale, se parte del cnog nemmeno fa la professione?). Dalla stessa, perché sgradito alla maggioranza e presidenza del Cnog, è stato escluso Pino Rea. Figura culturalmente e professionalmente ineccepibile. Anima del centro Lsdi e con una lunga esperienza sindacale alle spalle. Un neo difficile da digerire per la maggioranza ordinistica nei cui confronti Rea con altri, è stato critico. Insomma, una posizione inaccettabile. Bene ha fatto il collega Carlo Bonini, a rifiutare il posto in commissione dopo il veto a Rea. Bene ha fatto l'opposizione a non mollare. La solidarietà a Pino Rea non è una moneta scontata. Ma convinta. Giornalista è chi giornalista fa per lavoro vero. Soprattutto pensando. A costo di essere sgradito. Ma di piacere alla dirigenza dell'Ordine, sinceramente poco ci importa. Preferiamo Pino Rea e chi, come lui, dice no e pensa con la propria testa.

Le Associazioni regionali di Stampa di Liguria, Veneto, Trentino Alto Adige, Val d'Aosta, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Umbria, Emilia Romagna, Puglia, Basilicata, Molise, Marche.

La replica, apparsa sul sito dell'Ordine nazionale, al documento delle 12 Associazioni di stampa

"Sul sito della Fnsi, 12 associazioni regionali di stampa, attaccano l'Ordine, reo di rispettare le regole della democrazia, in un Consiglio composto da 144 colleghi, e di non arrendersi ai voleri discriminatori di 17 membri che si riconoscono in “Liberiamo l'informazione”.
Le affermazioni che vengono fatte hanno con la verità lo stesso rapporto che la tutela dei colleghi ha con le loro scelte, come dimostrano le testimonianze di permanente sfruttamento che ormai vengono indirizzate all’Odg e non al sindacato che sembra occuparsi di altro, come sarà facile argomentare nell’ambito della discussione per il rinnovo del contratto.
La logica delle 12 sorelle è che se ti occupi di “precari e collaboratori” lo fai “in modo strumentale”.
Il modo giusto è guardare dall’altra parte.
Non una di queste associazioni ha fornito all'Odg, impegnato in una campagna contro la schiavitù, un solo documento opponibile agli interessati (ad esempio la copia di un contratto) attestante le condizioni di estrema precarietà di migliaia di giornalisti.
Non uno dei membri dei Cdr, che fanno capo a queste associazioni, nonostante le tutele legali delle quali godono, ha ritenuto di porsi pubblicamente in contrasto con le rispettive aziende, opponendosi alle continue violazioni dei diritti di migliaia di giornalisti.
La regola è: non vedo, non sento e, soprattutto, non parlo: i colleghi non contrattualizzati continuino pure a vivere in condizione di schiavitù.
L’intervento dell’Ordine su questo terreno ha turbato i rapporti tra Fnsi e Fieg che erano arrivati, in seno alla commissione equo compenso, ad una intesa che prevedeva la “libera trattativa tra le parti” per stabilire l’entità delle somme da corrispondere ai colleghi collaboratori a vario titolo.
Un’autentica vergogna sventata dall’Ordine, come è facile documentare con i testi e con le registrazioni dei lavori della commissione.
Le 12 sorelle affermano che all'Odg (sulla riforma dell'Ordine e non solo) c'è una inascoltata e “irriducibile opposizione”. A corso Vittorio e dintorni, dove tutto da sempre viene deciso mettendo la minoranza davanti al fatto compiuto, la considerano una prevaricazione tanto da mettere nel mucchio di "una maggioranza che contraddice se stessa" anche colleghi che facevano parte del gruppo che non ha sostenuto l’attuale presidenza.
Di scomunica in scomunica (prima Carlo Verna, Aberto Vitucci e Gianfranco Ricci), ora i colleghi Verna, Vitucci, Ricci e Roberto Mastroianni, la minoranza è diventata “irriducibile”, fatta com’è da candidati sconfitti e dai loro amici nostalgici, tutti “irriducibili” (tali perché sono ridotti ai minimi termini: 17, ora, contro i 60 del giugno 2013).
La commissione che si accinge a fare un nuovo tentativo – su richiesta del presidente dell’Odg – vede presenti Verna, Vitucci, Ricci e Mastroianni (oltre Enrico Paissan, Silvano Bertossi, Aurelio Biassoni, Luciano Gambucci, Cristina Marchesi, Attilio Raimondi) perché, pur facendo originariamente parte di quel gruppo, hanno scelto la strada del confronto costruttivo, anziché la demonizzazione, a volte volgare, di quanti non la pensano come loro. Era stato inserito Carlo Bonini, che ha confermato di avere dato il suo assenso quando era stato preventivamente consultato, e che, sicuramente, non avrà difficoltà a confermare che nulla aveva obiettato davanti alle argomentazioni che consigliavano l’esclusione del collega che viene accreditato dalla minoranza e dalle 12 sorelle come il depositario di ogni sapere. Sostanzialmente il rifiuto degli altri di sedersi attorno ad un tavolo con chi non perde occasione per insultarli. La commissione verrà integrata con un altro collega, che lo ha richiesto, e che, puntualmente, verrà “espulso” dalla minoranza.
L’idea di democrazia delle 12 sorelle e dei loro ispiratori è curiosa: se prevalgo io tutto è regolare, altrimenti non lo è. Se tratti con me (tu “capo bastone”) sei un interlocutore valido, altrimenti sei, appunto, uno spregevole “capo bastone”. Se mi assecondi, nella mia richiesta di incarichi anche a favore di chi ha fallito ogni tentativo di farsi eleggere dal Consiglio, fai il tuo dovere, altrimenti sei un “sor clientela”.
Ci sarebbe da chiedersi da quanto tempo almeno alcuni dei rappresentanti delle 12 sorelle, e gli stessi esponenti principali della Fnsi, ricoprono incarichi sindacali e se a ciò arrivino per designazione divina o perché i colleghi li accreditano di un consenso che, ovviamente, non è legato al fatto che siano “capi bastone”.
Tutto ruota, appunto, attorno all'esclusione dalla commissione di un consigliere. Lo stesso non lo aveva neanche richiesto, mentre aveva chiesto e ottenuto altro per poi dimettersi dal microfono, tuonando indignazione, salvo successivamente sollecitare privatamente – ma non troppo – comprensione e reintegrazione nel ruolo.
La “irriducibile” minoranza, con senso di autentico rispetto dei consiglieri, proponeva una commissione composta da cinque membri (quattro non consiglieri) più 3 suoi in rappresentanza dei 17 che hanno votato contro la proposta. Erano, i cinque, quelli che l'escluso e non solo lui chiamavano e continuano a chiamare "capi bastone" che, ovviamente, recuperavano dignità di interlocutore, grazie alla contaminazione democratica dei rappresentanti di questo gruppo che contando su 17 consensi ritiene di dovere, democraticamente, prevalere in un Consiglio di 144.
L'esecutivo dell'Odg, con il solo dissenso del tesoriere che si è allontanato dalla riunione, ha deciso di non poter delegare ai "capi bastone" la riforma dell'Ordine come, invece, suggeriva “Liberiamo l'informazione”.
Un'altra menzogna riguarda il confronto con il garante della privacy al quale, come è noto e documentabile, era stato detto fin dal settembre dello scorso anno che non sarebbe stato possibile accettare alcune proposte, limitative del dovere di cronaca, in particolare di quella giudiziaria.
L’Odg non è una associazione privata, che può diffondere su un confronto in essere, ad esempio con il garante della privacy, comunicati contestativi, ancor prima di una decisione in Consiglio nazionale. Risponde a regole democratiche e al rispetto dei diritti e doveri degli organismi che, ovviamente, non capiscono quanti operano con un’idea proprietaria di enti e associazioni.
Della delegazione che ha partecipato al confronto - condividendo tutti i passaggi - ha fatto parte il tesoriere Nicola Marini, il solo eletto dalla minoranza in esecutivo. Marini ha condiviso ogni passaggio ed ha testimoniato la verità, diversa da quella che le ispirate 12 sorelle tentano di accreditare. Probabile Marini venga prossimamente scomunicato per aver osato rifiutarsi di mentire.
Non c'è materia, quindi, per stupirsi, abituati alle menzogne propagandistiche di chi cerca di distrarre l’attenzione dei colleghi dalla vergogna, il nuovo contratto, che si appresta a ratificare.
C’è da attendere poco, ormai. Vedremo se il prossimo 17 la Fnsi, 12 sorelle comprese, avrà il coraggio di formalizzare il consenso – già caldeggiato dalla giunta – alla proposta Fieg di pagare i collaboratori con un compenso che va da 15 euro (informazione locale) a 25 (quella nazionale) con un tetto di 9 articoli al mese. Cioè si avrà la possibilità di capire se le 12 sorelle e tutta la Fnsi ritengano sia possibile vivere con una somma che va da 1.680 a 2.700 euro l'anno. Cifre al lordo di tasse e spese comprese.
E si vedrà se vorrà ratificare la proposta di eliminare alcuni diritti dei contrattualizzati, a partire dall’indennità ex fissa.
A loro insaputa, ovviamente. Ma a colmare la lacuna provvederà l’Ordine, rendendo pubblica l’ipotesi contrattuale appena ne verrà in possesso, con il consenso dei tanti colleghi che fanno sindacato con un confronto vero soprattutto con gli "ultimi" ".

Alla gazzosa non replichiamo con altre bollicine perché sarebbe tempo sottratto alle cose serie che dobbiamo fare per affrontare le sofferenze e i veri e propri drammi dei colleghi in difficoltà senza vendere illusioni né fare giochi di prestigio. Sulla materia contrattuale parleremo nelle sedi opportune senza mistificazioni, con parole di verità e responsabilità verso i colleghi. Sul resto siamo sempre stati per la libertà di espressione di tutti. La Fnsi è la casa unitaria e pluralista di tutti i giornalisti, matrice di ogni organismo della categoria, anche di quello giurisdizionale. Continueremo perciò a mantenere salda questa identità e, in coerenza con ciò, abbiamo pubblicato la replica, apparsa sul sito dell'Ordine nazionale, al documento firmato dalle 12 Associazioni di stampa.

PAOLO CIAMPI, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE STAMPA TOSCANA, IN UNA LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DELL’ORDINE, IACOPINO

Caro Enzo,
nella stima che ho per te e per il tuo impegno al vertice del nostro Ordine vorrei esprimerti la mia sorpresa per i contenuti e per i toni della tua replica al documento con cui 12 Associazioni di stampa, tra cui quella presieduta dal sottoscritto, hanno contestato l’esclusione del collega Pino Rea dalla commissione per la riforma. La riforma, sono convinto, è di tutti coloro che vivono o vogliono vivere di questa professione. Per questo almeno questa commissione avrebbe dovuto sfuggire alla logica delle relazioni tra maggioranza e minoranza e comunque delle appartenenze. E per questo sono anche convinto che, al di là delle simpatie e appunto delle appartenenze, la figura di Pino abbia un particolare significato proprio all’interno di questa commissione, non fosse altro che è uno dei pochi colleghi ad aver formulato una proposta organica di riforma, condivisibile o meno che sia.
Ma non è questo che ti voglio dire, anche perché ignoro i criteri che hanno presieduto a questa esclusione. Quello che sinceramente non posso accettare è che si parli della mia Associazione come di un sindacato che nei confronti di precari e collaboratori “guarda dall’altra parte”, tanto che, sono le tue parole, le nostre affermazioni “hanno con la verità lo stesso rapporto che la tutela dei colleghi ha con le loro scelte, come dimostrano le testimonianze di permanente sfruttamento che ormai vengono indirizzate all’Odg e non al sindacato che sembra occuparsi di altro”.
In tutta sincerità, come non mi permetto di mettere in discussione il valore e la sincerità del tuo impegno sul terreno dell’ equo compenso o della carta di Firenze, pretendo uguale rispetto per l’ impegno quotidiano che profonde un sindacato come quello toscano – non diversamente penso dalle altre “sorelle” che accomuni in una condanna senza appello.
Certo non rispondo dei Cdr che allo stesso modo chiami in causa come strutture che “fanno capo a queste associazioni”, cosa non vera, visto che, giusto o meno che sia, si può essere membro di un cdr senza essere iscritto al sindacato, oppure firmare un accordo aziendale a prescindere. E certo anch’ io vorrei i Cdr in genere più rappresentativi, più attenti ai più deboli, più coraggiosi.
Però ti posso dire che nella sede dell’ Associazione Stampa c’ è la fila di colleghi che chiedono ascolto e tutela. Sono quasi tutti precari e collaboratori, molto più che contrattualizzati, come è giusto. Anzi, i non contrattualizzati sono in maggioranza tra gli iscritti rispetto ai contrattualizzati: e un motivo ci sarà. Non abbiamo bacchette magiche e nemmeno sosteniamo di averle, perché sono convinto che il buon senso, unito all’ ”esserci” sempre e comunque, sia migliore di qualsiasi demagogia. Se accusi me e le altre “sorelle” di un comportamento “non vedo-non sento-non parlo” io non intendo restituire al mittente queste accuse, perché non sarebbe giusto, però sono sicuro che in questi anni è questo che ha fatto la mia associazione: vedo, sento, parlo. E credo che nessun collega si sia rivolto a noi trovando una porta chiusa.
Allo stesso modo non posso accettare l’accusa di non “aver fornito all’Odg documenti opponibili agli interessati”. Non capisco cosa voglia dire, ma immagino che si tratti di iniziative relative alla Carta di Firenze. Ora, premesso che sono orgoglioso di vivere nella città che ha dato il nome a quella carta e che l’ Ast a suo tempo ha dato un contributo non irrilevante alla manifestazione che quella carta ha prodotto, prendo atto che anche da parte dell’Ordine nazionale la prima iniziativa effettiva è arrivata a distanza di due anni: non mi pare che si sia trattato di molto di più di “girare” agli Ordini regionali, per competenza, alcune segnalazioni. Come è perfino fisiologico, perché credo che si condivida la valutazione che dare gambe a questa carta è un fatto delicato e complesso.
Ma il fatto è un altro: ed è che da presidente di un sindacato regionale anche in questi ultimi mesi ho firmato decine e decine di esposti e segnalazioni. Privilegiando ovviamente gli organismi che ritengo competenti, dal punto di vista dell’ azione sindacale e della sua efficacia. Ho inviato richieste di ispezioni all’ Inpgi, ho segnalato alle istituzioni casi di contributi assegnati fuori dalle regole, mi sono rivolte alle direzioni del lavoro e agli assessorati al lavoro, ho segnalato all’Ordine casi di esercizio abusivo, mi sono rivolto ai tribunali, magari coprendo le spese legali a qualche collega collaboratore o senza lavoro. E ovviamente in alcuni casi mi sono rivolto anche al consiglio di disciplina. Sono convinto e orgoglioso di quello che ho fatto e lo rifarei. Ma di nuovo non accetto di essere indicato come “colui che si volta dall’altra parte”. E non usiamo alibi rispetto alla carta di Firenze, rinfacciandoci che in questi anni non avremmo fatto arrivate nemmeno una copia di contratto. Copie peraltro facilissime da procurarsi come dimostra la tua egregia campagna su Facebook.
Piuttosto che queste accuse, caro Enzo, dal mio Ordine mi aspetterei innanzitutto una riforma seria e soprattutto in tempi rapidi, perché ormai siamo al limite del tempo massimo che ci è consentito. E riforma sera significa tra le altre cose regolare con rigore l’accesso alla professione, senza indulgere a una demagogia, da qualsiasi parte venga, che alimenta aspettative e produce “guerra tra poveri” o, per dirla con parole di altre generazioni “esercito industriale di riserva”. Demagogia – e lo so che è dura affermarlo, soprattutto impopolare – significa tra l’altro non ricordare che se nel mercato dell’informazione più maturo e importante al mondo, gli Stati Uniti, non c’è posto per più di 40 mila giornalisti che fanno la professione, forse non si può sperare che in Italia possano sperare di vivere di giornalismo più di 100 mila persone. Fermo restando, ovviamente, che ogni lavoro ha diritto ha una sua retribuzione dignitosa.
Dall’Ordine mi aspetterei anche una serie riflessione sulle prospettive del sistema informazione, sulle risorse che ragionevolmente possono essere in campo e possono essere reperite, così come un impegno forte sulla ridefinizione dei confini della professione, mai come oggi incerti: perché oggi si può pensare che il giornalismo è anche altro, pensiamo ai social media, ed è un peccato che certe opportunità non siano colte; ma allo stesso tempo, una volta ridefinita la professione, bisogna essere assai più rigorosi nella battaglia contro l’esercizio abusivo, magari offrendo anche strumenti che oggi mancano nelle nostre realtà regionali.
Ecco, caro Enzo, di questo mi piacerebbe parlare, al di là delle diverse visioni e delle rispettive scelte, sempre tenendo fermo il fatto che il sindacato deve fare il sindacato e l’ordine deve fare l’ordine.
E mi piacerebbe che tutto questo potesse essere occasione di un confronto pubblico, perché no, magari da ospitare nella stessa città che ha tenuto a battesimo la Carta di Firenze. Io ci sono.

Con stima, Paolo Ciampi

IACOPINO RISPONDE A CIAMPI

Caro Paolo,
confesso che sono un po’ all’antica e le lettere, per quanto “aperte”, le recapito ai destinatari prima di pubblicarle. Ti ringrazio per la stima e per il riconoscimento del mio impegno al vertice dell’Ordine. Permettimi timidamente di farti notare che il documento che hai sottoscritto non sembra sostenere proprio questo. Ma checché ne dicano i “comici” di ultimi fila, so che tu sai consultare il calendario e sei, quindi, in grado di confermare che una risposta è successiva a una domanda o, come nel caso del documento delle 12 sorelle, a una provocazione qual è quella apparsa sul sito della Fnsi a insaputa del suo segretario (così dice lui). Una provocazione che contiene affermazioni che vengono smentite nel merito dalla ricostruzione che il sito dell’Ordine ha pubblicato. I “comici” reagiscono con commenti, ma non smentiscono neanche una delle affermazioni contenute. Per due motivi: perché sono vere e perché è facile documentare che mentono sapendo di mentire (le registrazioni audio delle sedute del Cnog ne sono prova inconfutabile). Permettimi di non condividere l’idea che un uomo solo, comunque si chiami, sia il depositario di ogni sapere. E, in ogni caso, ove lo fosse, se quest’uomo insulta sistematicamente una larga parte degli iscritti (insulti contenuti anche nella nota delle 12 sorelle) è difficile ipotizzare collaborazione da parte di chi si sente insolentire in ogni modo. Ti riconosco onestà intellettuale. Tanto che ammetti che “non conosci i criteri che hanno presieduto a questa esclusione”. Ma allora perché sottoscrivere un documento, prima di informarsi? Di più, senza polemica, quando hai scritto la tua lettera “aperta” le ragioni ti erano note perché in essa commenti il contenuto della mia risposta alle 12 sorelle. E allora? E, ancora, perché condividere quelle insolenze relative alla revisione del codice sulla privacy, quando tutto è stato chiaro, condiviso dall’esecutivo nel quale la minoranza è rappresentata, presentata da me al Cnog con un parere contrario, ricordando che questa conclusione era stata anticipata al garante stesso? Un uomo di pace, come tenti di essere, avrebbe gradito una risposta insolente da parte mia, espropriando per di più il Cnog dei suoi poteri, al garante? Credo di no e la lettera che gli ho formalmente inviato, il lunedì successivo la conclusione del Cnog, verrà resa pubblica quando domani (ti mando questa lettera oggi, domenica 13 aprile, perché mi hai detto che solo stasera potrai leggerla) lui sarà rientrato dall’estero e avrà deciso se replicare. Agisco così. Io. Ti duoli per l’accusa da me rivolta ai firmatari, ma vorresti non reagissi alle insolenze di quel vostro documento. Sono cattolico, è vero. Senza aspirazioni al martirio, però. Non ho difficoltà a darti atto che sei stato prezioso nell’aiuto fornito all’Odg e a Fabrizio Morviducci per organizzare quanto si è concluso, nella tua città, con quella che è diventata la Carta di Firenze. So che ti è costato, perché il sindacato tentava di boicottare quell’appuntamento, organizzandone un altro fallimentare a poca distanza. Ma tu non ti sei fatto scrupolo di ospitarci nella sede dell’Associazione, fino a notte fonda. Non lo dimentico.

Posso chiederti, però, quanti documenti la tua Associazione ha fornito al Consiglio territoriale di disciplina perché avvii procedimenti? Documenti, ripeto, come contratti che l’Ordine nazionale sta inoltrando dopo averli acquisiti. Meritorie le azioni che hai fatto con segnalazioni all’Inpgi, ai vari uffici del lavoro, e all’Ordine regionale (per esercizio abusivo, scrivi, non per manifesto sfruttamento). No, non è stato facilissimo, per me almeno, da Roma, procurarmi le copie dei contratti. Anche quelli di gruppi della tua regione. Se tu ritieni lo sia, immagino che saremo sommersi dalla documentazione che riguarda la Toscana. Ti chiedo con cortesia di farcela avere e, insieme, vedrai, lavoreremo per tutelare i colleghi. Insieme, caro Paolo, ripeto. Pronto a parlare con te, anche in un confronto pubblico. Sì, mi piacerebbe Firenze. O altrove. C’è, ad esempio, in corso in Toscana una sanguinosa (per i colleghi) trattativa che riguarda Il Tirreno. Potremmo cominciare da lì, tra rottamazioni (24, mi pare), assunzioni (8, mi pare), senza dimenticare, però, il nutrito esercito di collaboratori che tra accorpamenti di redazioni e foliazione ridotta vedranno ulteriormente evaporare i loro già magri compensi. Ma, ti prego, nel frattempo, non firmare documenti che implicitamente dicono il contrario di quel che affermi e so, per i rapporti che abbiamo, senti. Lo so, può essere scomodo dire di no alle mosche cocchiere. So anche che la Fnsi si accinge ad una campagna congressuale che passerà per un doloroso contratto di lavoro. Ma un pizzico di rispetto non guasterebbe. Sai, indignarsi per una risposta, suonando la grancassa, non incanta più perché i colleghi conoscono il calendario e il 9 aprile, giorno della pubblicazione sul sito Fnsi di quella nota delle 12 sorelle, viene prima del 10, quando sul sito dell’Odg ho doverosamente replicato. Nella mia terra, lontana dalla tua, si dice con un linguaggio che non so rendere, che il rispetto deve essere commisurato a quello che ci viene riservato. Rileggi quel documento delle 12 sorelle e scrivimi, in pubblico o privato se ritieni, che non è insultante per tanti. Non solo per me.
Grazie.
Enzo Iacopino

INTERVENTO DI ALBERTO VITUCCI

Tra i primi doveri di un giornalista dovrebbe esserci la verifica e il controllo dell’attendibilità delle fonti. Piacerebbe allora conoscere quali siano le fonti -davvero poco informate e poco attendibili -che hanno ispirato il documento contro l’Ordine dei giornalisti comparso sul sito della Fnsi. Firmato da ‘12 associazioni di stampa’ che peraltro non si sono mai riunite per discutere dell’Ordine e prendere una posizione articolata sull’argomento. Firmato forse dai presidenti, molti dei quali hanno confessato di non aver nemmeno seguito la questione. Si capisce che in un periodo precongressuale e precontrattuale, con l’aria che tira, ci possano essere nervosismi o calcoli di potere tutti interni alla nomenklatura e alle ‘correnti’ che vivono lontane dalla realtà quotIdiana dei colleghi. Questo non dovrebbe però portare alla deformazione della verità per fini di parte.

Dunque, in sintesi.

1 - Lascio ai firmatari il giudizio sull’attuale maggioranza dell’Ordine. Ma sulla questione della privacy non mi preoccupa se abbiamo fatto una ‘pessima figura con il Garante’. Abbiamo fatto invece un ottimo servizio alla categoria e al diritto di cronaca rimandando al mittente una proposta che era irricevibile e avrebbe sicuramente ridotto il campo di azione dei giornalisti liberi. Questo è stato reso possibile dal lavoro di un gruppo di colleghi in accordo con il presidente Iacopino.

2 - Non è stata solo la maggioranza che governa l’Ordine ad affossare la bozza di riforma faticosamente elaborata dal gruppo di lavoro a fine gennaio. Non era la migliore proposta in assoluto, forse. Sicuramente la migliore proposta possibile. Che conteneva importanti novità di cambiamento e di ‘spending review’ che chiediamo da anni. Come il canale unico di accesso e l’obbligo della laurea, la drastica riduzione del numero dei consiglieri nazionali (anche la Fnsi potrebbe fare altrettanto, senza bisogno di una legge), il riequilibrio del Cn in favore dei professionisti (oggi i pubblicisti sono in maggioranza), rigidi controlli sull’abusivismo e sulla qualità degli uffici stampa, con l’esame anche per i pubblicisti. Ma a qualcuno non bastava, e così invece di migliorare il testo in aula, la minoranza della minoranza ha deciso di presentare all’ultimo minuto una proposta radicalmente alternativa destinata alla sconfitta. Bocciata a larghissima maggioranza, ha provocato la reazione dei pubblicisti - di cui teorizzava la scomparsa - e l’affossamento del testo originario. Il presidente Iacopino ha chiesto adesso al Consiglio di riprendere in mano quel testo, che certo non rappresenta i giornalisti italiani. E il gruppo di Lavoro originario (Paissan, Bertossi, Gambucci, Verna, Vitucci e Ricci) è stato integrato con (Biassoni, Mastroianni, Raimondi e Bonini, poi sostituito da Marchesi per la sua rinuncia). Non c’è Pino Rea, collega pur competente e capace al pari degli altri, ma forse dopo la vicenda di gennaio e le dure polemiche via web non il più adatto a ricucire la tela strappata da più parti. La proposta del nuovo gruppo bypartizan (non amici di Iacopino, ma con molte personalità sindacali di rilievo al suo interno) è stata votata a larga maggioranza dall’aula. E adesso proviamo a lavorare. Aperti - come l'altra volta - ai contributi di tutti.

Tutto qua. Ma allora perché scatenare l’ennesima polemichetta via web che a sua volta ha scatenato una ridda di non sempre composte reazioni? Quale contributo si offre in questo modo alla categoria che attende risposte su temi importanti? Faccio sindacato di base (Cdr) da qualche decennio, dunque non credo di poter essere confuso con chi ‘persegue tutto fuorché l’interesse della categoria’ come scrivono in modo un po' sbrigativo i 12. Non sono mai stato allineato con nessuno, né con Iacopino né con gli irriducibili antiiacopiniani. .Non ho mai chiesto posti - a differenza di altri, che gli incarichi li collezionano, a volte sono gli stessi che poi insultano via web il presidente quando non li concede. Sono stato eletto con parecchi consensi dai miei colleghi del Veneto per fare qualcosa, non per tirare fango addosso agli altri. Dunque, ci provo.

Il momento è difficile per il mondo dell’informazione e per i giornalisti, sempre più sotto attacco, di cui gli editori farebbero volentieri a meno. Forse sarebbe il caso di unire le forze e di smetterla con i giochetti della vecchia politica, anche sindacale, che è ora di rottamare.

Cari amici delle associazioni e di tutto il sindacato: fate il tifo per la riforma dell’Ordine e non per la sua abolizione. Senza Ordine (riformato) tutti noi saremo più deboli.

ALBERTO VITUCCI
CDR FINEGIL-GRUPPO ESPRESSO
CONSIGLIERE NAZIONALE DELL'ORDINE e membro del gruppo di lavoro sulla riforma

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