Nel corso dell'interrogatorio di garanzia, durato oltre 5 ore, mercoledì 12 agosto 2026, nel carcere romano di Rebibbia, Valter Lavitola ha ammesso «di essere il mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci», così come ipotizzato dalla procura di Roma. Lavitola «ha riferito anche le ragioni per cui si è spinto a fare questo atto indubbiamente delittuoso: lo ha fatto per il bene di Ranucci, perché era oggetto di attentati», ha detto l'avvocato Sergio Cola, difensore dell'imprenditore, dopo l'interrogatorio.
«Ha confermato l'ipotesi accusatoria della procura della Repubblica ammettendo di essere stato il mandante dell'attentato e dice di averlo fatto per tutelare la incolumità di Ranucci che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo e fargli innalzare la scorta», ha affermato Cola.
I pm della Dda contestano all'indagato anche l'aggravante del metodo mafioso. Resta latitante, intanto, Gomes Tavares, factotum di Lavitola e ritenuto dagli investigatori l'intermediario con la banda che avrebbe piazzato l'ordigno, i cui componenti sono stati fermati il 30 giugno. Gomes Clesio Tavares si troverebbe in Africa e i pm sono pronti ad avviare la procedura per chiederne l'estradizione.
Per l'avvocato Roberto De Vita, legale di Ranucci, «la confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia, se il movente reale fosse effettivamente quello riportato. Anche perché Sigfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal ministero dell'Interno. Così come - prosegue - la popolarità del conduttore di Report era già da molto tempo elevatissima sia in Italia che all'estero, prova ne è la persistenza della tensione mediatica su quanto sta avvenendo. Quindi se il movente è quello, si colloca tra l'inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose. Ovviamente un conto è la confessione altro la valutazione della sua credibilità». (mf)