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Lutto | 18 Nov 2020
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È morto Roberto Franchini, «un combattente signore». Il ricordo dell'Associazione Stampa Subalpina

«Seguiva il sindacato con passione, come con passione faceva il giornalista. Fu un maestro, per tutti noi», scrive Alessandra Comazzi, già presidente dell'Assostampa e collega di Franchini a La Stampa. Figura di primo piano del sindacato regionale, è stato componente della Giunta Fnsi. Aveva 85 anni.
Il giornalista Roberto Franchini (Foto: @stampasubalpina)

di Alessandra Comazzi*

Erano tempi di assemblee, partecipate, vissute, combattute. Fine Anni Settanta, Anni Ottanta del Novecento. E Roberto Franchini, morto a 85 questa mattina, 18 novembre, era un combattente signore e un signor combattente, lo ricordo con la sua voce tonante mentre analizzava in perfetta lucidità, con eloquio fluido e fiorente, le situazioni sindacali, i rapporti con la proprietà, le ipotesi di nuovi contratti. Le tragedie, anche. Nel 1977 fu ucciso Carlo Casalegno, vicedirettore, le minacce fioccavano. È sempre stato una figura di primo piano, per l'Associazione Stampa Subalpina e anche per la Fnsi. Seguiva il sindacato con passione, come con passione faceva il giornalista.

Franchini arrivò a Torino da Verona alla fine dei Sessanta, faceva parte di quella importante leva di giornalisti veneti "importati" in Piemonte, lui, Stefano Reggiani, Claudio Cerasuolo, Alberto Papuzzi, Franco Giliberto. Fu capo del settore Esteri, e poi di tutte le Province, così si chiamavano allora: quando il direttore Arrigo Levi decise di dedicare due pagine a ogni provincia del Piemonte, ampliando la cronaca che fino ad allora veniva realizzata soltanto per due aree di confine, il Novarese e la Liguria, lui ne fu il responsabile plenipotenziario. La risposta di Levi all'attentato terroristico era stata aumentare il lavoro, la produzione. Inventare nuove pagine, che allora si realizzavano tutte a Torino: sarà soltanto con Gaetano Scardocchia, nel 1989, che avverrà il decentramento. Dunque il capo delle Province era Roberto Franchini.

Si assunsero tanti giovani, ma giovani davvero: tra loro, io ero la più giovane, avevo appena compiuto 21 anni, sembra fantascienza, adesso, e entrai alla Stampa con quel drappello di colleghi dagli occhi luccicanti. Quando mettemmo piede per la prima volta in redazione, il 1° febbraio 1978, Roberto era lì ad accoglierci, con la sua mole possente e la sua gentilezza, e ci fece fare il giro di tutti i settori, ci presentò tutti i colleghi. Cosa non scontata, per niente.

E fu un maestro, per tutti noi. Ma davvero, fuori di retorica. Sapeva essere velocissimo, e agilissimo (ballava molto bene), ma sapeva anche prendersi i propri tempi: certo lontano, il suo, dal giornalismo degli slogan. Aveva una moglie amatissima, Nora, e una figlia, Anna, e una casa a Bardolino, perché il suo Veneto gli era rimasto nel cuore. Fumava la pipa, pensava prima di parlare, ma sapeva anche essere secco, tagliente come una lama. Come ancora possono ricordare alcuni suoi colleghi di giunta Fnsi, come lo ricordiamo alla Stampa, come lo ricordiamo alla Subalpina. Ciao Roberto, e grazie, da tutti noi.

*Giornalista de La Stampa, già presidente dell'Assostampa Subalpina.

@fnsisocial
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