Una professione in profondo e repentino mutamento, afflitta da troppa precarietà e disuguaglianze: tra lavoratori dipendenti e giornalisti lavoratori autonomi, tra giovani e meno giovani, tra uomini e donne. Queste le risultanze più eclatanti della ricerca su 'Lo stato del giornalismo italiano' e al contempo le più evidenti linee che contribuiscono a tracciare quello che il professor Christian Ruggiero, che per l'Università Sapienza di Roma ha curato lo studio, definisce il 'campo' del giornalismo italiano.
I dati del rapporto, anticipati nella prestigiosa cornice di palazzo Wedekind a marzo 2025, sono stati presentati giovedì 19 febbraio 2026 al Centro congressi dell’ateneo capitolino. Moderati dal professor Christian Ruggiero, presidente del corso di Laurea Magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, e introdotti da Luca Dezi, direttore del Dipartimento Coris Sapienza e Giampiero spirito, presidente della Fondazione Murialdi, alla presentazione hanno partecipato anche Carlo Bartoli, presidente del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, il presidente Agcom Giacomo Lasorella, il presidente Inpgi, Roberto Ginex.
A presentare a studentesse e studenti i dati della ricerca sono stati Alessandra Contini, Coordinamento generale statistico attuariale Inps, e Mauro Bomba e Matteo Maiorano, Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale, Sapienza Università.
Alcuni dei focus del report: tra il 2022 e il 2023 si riduce pur in minima parte il gender pay gap; la popolazione dei giornalisti continua a invecchiare; le retribuzioni dei lavoratori dipendenti sembrano aumentare, in primo luogo perché nel periodo di riferimento molte aziende editoriali avevano esaurito il periodo disponibile di ammortizzatori sociali e dunque sono aumentate le giornate lavorare; e intanto per i lavoratori autonomi le medie reddituali si situano tra gli 11mila euro circa dei cococo e i poco più di 17mila per le partite iva.
In chiusura la segretaria generale Fnsi Alessandra costante si è soffermata su alcuni tratti della mutazione genetica della professione giornalistica, «che nasce come professione di lavoratori dipendenti mentre oggi sempre più giornalisti sono cococo o partite iva – ha evidenziato – con un impoverimento economico della categoria che si traduce in un danno ai colleghi e alla democrazia».
Costante ha fotografato una platea di «lavoratori sottopagati e sfruttati», con 100mila iscritti all’Ordine di cui meno della metà ha una posizione previdenziale, mentre l'altra metà rappresenta «un esercito di riserva di mano d'opera per gli editori. Editori – ha incalzato – che da dieci anni non rinnovano il contratto, che hanno svuotato e svuotano le redazioni ricorrendo ai prepensionamenti, che appaltano il lavoro 'nobile' di ricerca delle notizie a collaboratori esterni».
Il tutto «in un quadro di regole vecchie e superate, in un sistema che è totalmente da rivedere: nel tempo dell'intelligenza artificiale in redazione, ad esempio, dividere i giornalisti tra professionisti e pubblicisti è anacronistico, continuare a non prevedere la laurea per l'accesso alla professione è impensabile. Se il giornalismo – ha concluso la segretaria generale Costante – è una professione di rilevanza costituzionale, i giornalisti non possono guadagnare 11 mila euro all'anno».
Lo studio su 'Lo stato del giornalismo italiano' è stato curato dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza e dalla Fondazione sul giornalismo Paolo Murialdi in collaborazione con Federazione nazionale della Stampa italiana, Ordine nazionale dei giornalisti, Inpgi, Casagit, Inps e Agcom. Chi desidera approfondire i temi della ricerca trova il volume (in formato open access da scaricare) sul sito web dell'editore Franco Angeli. (mf)