CERCA
Cerca nelle notizie
Dal
Al
Cerca nel sito
Giornalisti 17 Mar 2016

“L’odio non è un’opinione”, presentata la prima ricerca italiana su hate speech e giornalismo

Presentata in Fnsi la ricerca “L’odio non è un’opinione. Hate speech, giornalismo e migrazioni”, primo studio italiano sul tema. Nel corso dell’incontro, organizzato da Federazione nazionale della stampa, Articolo 21, Carta di Roma e Cospe, in collaborazione con la rete illuminareleperiferie.it, lanciati anche la campagna europea contro l’hate speech online dal titolo “Silence hate - Changing words changes the world” e l’hashtag #silencehate.

Presentata in Fnsi la ricerca “L’odio non è un’opinione. Hate speech, giornalismo e migrazioni”, primo studio italiano sul tema. Nel corso dell’incontro, organizzato da Federazione nazionale della stampa, Articolo 21, Carta di Roma e Cospe, in collaborazione con la rete illuminareleperiferie.it, lanciati anche la campagna europea contro l’hate speech online dal titolo “Silence hate - Changing words changes the world” e l’hashtag #silencehate.

In occasione della giornata mondiale contro il razzismo (21 marzo), la Federazione nazionale della stampa, Articolo 21, Carta di Roma e Cospe, in collaborazione con www.illuminareleperiferie.it, hanno presentato la ricerca “L’odio non è un’opinione. Hate speech, giornalismo e migrazioni”.
La ricerca, realizzata da Cospe nell’ambito del progetto europeo (Italia, Belgio, Germania e Repubblica Ceca i paesi coinvolti) contro il razzismo e la discriminazione su web, “Bricks” – Building Respect on the Internet by Combating hate Speech”, ha approfondito il fenomeno tramite l’analisi di casi studio ed interviste a testate e testimoni privilegiati.
Lo studio ha coinvolto 4 direttori e caporedattori (Fan Page, Il Tirreno, l’Espresso, Il Post); 3 staff incaricati di community management (Il Fatto Quotidiano, Repubblica, La Stampa), 3 esperti di social media strategy, 3 blogger di testate nazionali, 2 esponenti di associazioni attive nel settore media e immigrazione (Ansi e Carta di Roma), 2 organismi pubblici di tutela (Oscad – Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori  e Unar – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali).
“Proprio l’Unar – evidenziano gli organizzatori – nel 2014 ha registrato 347 casi di espressioni razziste sui social, di cui 185 su Facebook e le altre su Twitter e Youtube. A queste se ne aggiungono altre 326 nei link che le rilanciano per un totale di 700 episodi di intolleranza, con un trend in crescita per il 2015, anno in cui i giornali europei hanno dovuto affrontare lo scenario di una delle più grandi crisi umanitarie senza riuscire, in gran parte, a restituire un’immagine corretta del fenomeno migratorio a livello globale e nazionale. È in contesti come questi che si moltiplicano le espressioni di incitamento all’odio razziale nei confronti di rifugiati, migranti e minoranze: sono i forum dei giornali online, i commenti a margine degli articoli, le pagine Facebook delle testate nazionali e locali, i luoghi virtuali in cui dilagano i discorsi d’odio che prendono di mira i rifugiati e i cittadini di origine straniera e purtroppo si tratta di un fenomeno difficilmente monitorabile e controllabile”.
Più in generale, la ricerca mette in risalto le problematiche di gestione delle community e del lavoro giornalistico ai tempi del web: dalla libertà di espressione alla necessità di regolamentazione, dal ruolo dei giornalisti a quello dei social media manager, dall’obiettivo di informare a quello di coinvolgere e le soluzioni diverse da parte delle redazioni, in una fase di sperimentazione contraddistinta da una difficoltà di adattamento alla dimensione digitale.
“Per questo – anticipa Cospe – alla ricerca seguiranno in ogni paese altre iniziative per combattere il fenomeno: un decalogo per social media manager, un percorso formativo per insegnanti, toolkit multimediale, e un evento finale di sensibilizzazione. Inoltre, con lo slogan “Silence hate - Changing words changes the world” e l’hashtag #silencehate prende il via il 21 marzo, la campagna europea contro l’hate speech online.  L’obiettivo della campagna web è proprio porre l’attenzione sulla necessità di impedire la diffusione dell’odio e promuovere un uso consapevole della rete: uno sforzo collettivo, che veda impegnati le testate, i lettori, i proprietari dei social network e che riparta da quegli elementi costitutivi della Rete stessa, la libertà e la partecipazione. 

Qui la ricerca “L’odio non è un’opinione. Hate speech, giornalismo e migrazioni”.

Hate Speech, l'odio dilaga sui social network. Giornalisti e web nella ricerca di Cospe, tra libertà e rispetto (di Marzia Apice) 
Non solo foto di gattini e selfie con gli amici: la Rete e i social network sono diventati luoghi virtuali di violenza e discriminazione, in cui il popolo digitale, continuamente chiamato a dire la sua su ogni cosa, spesso dà il peggio di sé attraverso le parole, senza che nessuno ponga dei limiti. È il quadro che emerge da "L'odio non è un'opinione. Hate speech, giornalismo e migrazioni", la ricerca condotta da Cospe nell'ambito del progetto europeo Bricks - Building Respect on the Internet by Combating hate speech e presentata questa mattina a Roma da Fnsi, Articolo 21 e Carta di Roma proprio in occasione della Giornata mondiale contro il razzismo del 21 marzo.
Attraverso l'analisi di casi di studio e interviste, il rapporto (che ha coinvolto direttori e caporedattori di testate come Il Post e l'Espresso, staff incaricati di community management, esperti di social media strategy, blogger di testate nazionali, esponenti di associazioni e organismi pubblici di tutela) pone al centro il lavoro giornalistico ai tempi del web, tra problematiche di gestione delle community e necessità di informare il pubblico. Se, come diceva Gaber, "libertà è partecipazione", ciò comporta però anche l'aumento del rischio di una violazione delle più basilari norme di rispetto: a una maggiore democratizzazione dell'informazione e degli strumenti di comunicazione si è infatti accompagnata una sensibile crescita di attacchi razzisti rivolti a colpire i più deboli, i "diversi" e le minoranze. I dati più aggiornati sul contesto italiano sono quelli diffusi da Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) che nel 2014 ha registrato 347 casi di espressioni razziste sul web, di cui 185 su Facebook e le altre su Twitter e Youtube. A queste poi se ne aggiungono altre 326 nei link che le rilanciano, per un totale di 700 casi. Che il fenomeno sia in forte crescita è indubbio, soprattutto per la forte crisi umanitaria in atto in Europa e gli episodi di terrorismo; ma è altrettanto evidente la necessità di una regolamentazione purtroppo ancora assente, in grado di arginare il dilagare di commenti razzisti a margine di articoli e nei forum dei giornali online, oltre che sui social network.
"Il linguaggio dell'odio è analfabetismo ed è solo una via breve per non proporre un ragionamento: quindi combatterlo non è censura", ha detto questa mattina Beppe Giulietti, presidente della Federazione della stampa, sottolineando l'urgenza che questo rapporto "venga inviato nelle redazioni affinché se ne possa discutere. Ma devono essere coinvolti anche i proprietari e direttori delle testate, non solo i giornalisti". Anche Pietro Suber (Carta di Roma) ha ribadito che "bloccare l'hate speech è un dovere professionale e una battaglia civile: le redazioni devono bannare i commenti razzisti e riportare la discussione su toni più accettabili". Ed è proprio nel coinvolgimento diretto di chi fa informazione che si concentrano le conclusioni della ricerca: da un lato le testate hanno bisogno di definire la propria policy in materia di hate speech e di non discriminazione, dall'altro serve ripensare il ruolo del giornalista, il cui lavoro non può più concludersi nella diffusione del pezzo. Il giornalista oggi deve infatti anche saper interagire con gli utenti e moderare i commenti (al fine, perché no, di raccogliere spunti per nuovi contenuti), ma anche collaborare con social media manager e content curators, figure ormai centrali nell'era digitale. Alla ricerca seguirà la campagna europea "Silence hate - changing words changes the world" con l'hashtag #silencehate che sarà lanciata il 21 marzo per promuovere un uso consapevole della Rete. (Ansa-Focus/Roma, 17 marzo 2016)

@fnsisocial

Articoli correlati