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Diffamazione | 23 Ott 2018
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Diffamazione, Lorusso: «La condanna al 'Fatto Quotidiano' ripropone l'urgenza della riforma»

Per il segretario della Fnsi «è necessario riprendere quel percorso riformatore che si è arenato più volte perché, ad un fronte parlamentare favorevole, si è sempre contrapposto, riuscendo ad avere la meglio, un altro fronte parlamentare che ritiene sia meglio lasciare tutto com'è. Come dire: è bene che la stampa sia libera, ma i giornalisti non devono esserlo troppo».
Il segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso

«La sentenza di condanna in sede civile del direttore e di una collega del Fatto Quotidiano ad una pena pecuniaria complessiva di 95mila euro ripropone il tema della riforma del reato di diffamazione a mezzo stampa. Fermo restando che, come sottolinea lo stesso direttore del Fatto, Marco Travaglio, le sentenze vanno rispettate, e fermo comunque restando il diritto a ricorrere in appello, la vicenda presenta aspetti che non possono passare in secondo piano. Non può non essere sottolineata, per esempio, l'evidente sproporzione fra la condanna inflitta ai giornalisti e al giornale (95mila euro) e la sanzione comminata al querelante, Tiziano Renzi, che dovrà pagare soltanto 13mila euro per spese del giudizio, nonostante si sia visto respingere quattro delle sei richieste presentate». È quanto afferma, in una nota, Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione nazionale della Stampa italiana.

«Si tratta – prosegue – di una situazione paradossale, che però è in linea con il quadro legislativo datato e carente in vigore in Italia. Chiunque può provare a far tacere un cronista e un giornale presentando una richiesta di risarcimento danni per milioni di euro (le cosiddette querele temerarie) perché c'è la certezza che, anche se la richiesta si rivelerà infondata, si rischia soltanto di pagare qualche migliaio di euro di spese giudiziarie. La richiesta di introdurre nel nostro ordinamento il principio più volte sancito dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, quello secondo il quale chi promuove un giudizio temerario contro un giornalista va condannato ad una pena proporzionale al risarcimento richiesto, oltre che al pagamento delle spese del giudizio, è caduta più volte nel vuoto».

Nella passata legislatura, ricorda il segretario Lorusso, «la proposta, formulata dalla FNSI, fu recepita nel progetto di riforma del processo civile, che però si fermò al Senato in quarta lettura. In questa legislatura, nonostante i buoni propositi manifestati da qualche parlamentare e, timidamente, anche dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, nulla si è ancora mosso. Lo stesso discorso vale per il reato di diffamazione a mezzo stampa, previsto dall'articolo 595 del codice penale e retaggio del Ventennio, della cui cancellazione non si parla più. Così come sono scomparse dal dibattito politico proposte come quella di rendere vincolante l'obbligo di rettificare le notizie false o inesatte con la conseguente estinzione dell'azione giudiziaria. Non si tratta, come afferma da sempre un fronte politicamente trasversale ostile a qualsiasi ipotesi di riforma, di sostenere che il giornalista è legibus solutus. Come ha ricordato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nessuno è al di sopra della legge e, aggiungiamo noi, meno che mai lo sono i giornalisti. Se sbagliano, è successo e succederà ancora, è giusto che vengano chiamati a pagare per i loro errori, esattamente come tutti i cittadini. La sanzione, però, non può essere sproporzionata rispetto all'offesa e alle capacità economiche di chi viene condannato. La sanzione, nel caso del Fatto quotidiano come di tante altre testate giornalistiche, non può mettere a rischio la sopravvivenza di un'impresa editoriale».

Per questo, conclude Lorusso, «è necessario riprendere quel percorso riformatore che si è arenato più volte perché, ad un fronte parlamentare favorevole, si è sempre contrapposto, riuscendo ad avere la meglio, un altro fronte parlamentare, altrettanto trasversale, che ritiene che sia meglio lasciare tutto com'è. Come dire: è bene che la stampa sia libera, ma i giornalisti non devono esserlo troppo».

@fnsisocial
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