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La prima visita della stampa nell'hotspot di Lampedusa (Foto: cartadiroma.org)
Giornalisti 04 Ott 2016

Diritto di cronaca, la prima visita della stampa nell'hotspot di Lampedusa

In occasione della prima Giornata nazionale della memoria e dell’accoglienza è caduto l’embargo sugli hotspot: una delegazione di giornalisti ha potuto visitare la struttura di Lampedusa per la prima volta da quando, nel 2015, è divenuta operativa come centro per l’identificazione e lo smistamento di migranti e rifugiati.

Il 3 ottobre, in occasione della prima Giornata nazionale della memoria e dell’accoglienza, è caduto l’embargo sugli hotspot: una delegazione composta da sette giornalisti ha potuto visitare la struttura di Lampedusa per la prima volta da quando, nel 2015, è divenuta operativa come centro per l’identificazione e lo smistamento di migranti e rifugiati.

«È un fatto importante che sia stata data questa autorizzazione ed è fondamentale che si ripeta, sia in relazione agli hotspot che agli altri centri di accoglienza», sottolinea Vittorio Di Trapani, presente a Lampedusa in rappresentanza della Federazione nazionale della stampa italiana. «È necessario garantire ai cittadini il diritto di essere informati e sapere come sono trattati i migranti quando arrivano nel nostro Paese. Perciò – aggiunge Di Trapani – diventa importante consentire ai giornalisti di raccontare il sistema di accoglienza in Italia».

Dopo gli accordi stretti a luglio tra ministero dell’Interno, Fnsi e Associazione Carta di Roma questa prima visita apre la strada al pieno esercizio del diritto di cronaca, con lo scopo di garantire una corretta e completa informazione nell’interesse pubblico. Si tratta della prima autorizzazione ricevuta dalla stampa da quando i 4 hotspot italiani – Lampedusa, Pozzallo, Taranto, Trapani –  sono attivi.

«Nel ringraziare l’amministrazione e il prefetto Morcone per aver sostenuto l’ingresso dei giornalisti – dichiara il presidente dell’Associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu – rileviamo con rammarico come non sia stato reso possibile l’ingresso di macchine fotografiche, videocamere e registratori. Ma siamo certi che saranno rapidamente superati gli ostacoli che hanno impedito l’accesso a fotografi e video-operatori. La possibilità di mostrare, oltre che raccontare, i luoghi e le persone è una delle condizioni necessarie per restituire ai lettori un’informazione completa».

Alla delegazione hanno preso parte, oltre al segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani, Valerio Cataldi (Tg2), Angela Caporetto (RaiNews24), Raffaella Daino (SkyTg24), Giorgio Ruta (La Repubblica), Carolina Casa (Tg1), Daniela De Robert (giornalista e componente del collegio del Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà).

«Siamo stati accompagnati dal prefetto e dal questore di Agrigento e nella struttura abbiamo constatato come siano ospitate circa 200 persone – spiega Valerio Cataldi –. Le condizioni generali sono di degrado, basti pensare che i materassi sono senza lenzuola. Inoltre i tempi di attesa sono lunghi, talvolta mesi. Una donna eritrea sta aspettando da due mesi. Numerosi sono inoltre i minori non accompagnati, circa 30 di cui 5 sotto i dieci anni. C’è persino un bambino di sei mesi con la madre eritrea».

Per le prima volta i giornalisti in un hotspot. Ecco cosa ho visto
di Vittorio Di Trapani

È la prima volta che i giornalisti hanno ottenuto l'accesso in un hotspot. È stato possibile grazie all'impegno di Carta di Roma, della Fnsi, dell'Usigrai e alle campagne di LasciateCIEntrare.
Il primo ok è stato dato per l'ingresso nell'hotspot di Lampedusa, nel giorno dell'anniversario della strage nel mediterraneo di 366 migranti.
Nel giorno in cui il nostro Paese per la prima volta commemora ufficialmente la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione.
Io sono entrato con la delegazione di giornalisti a nome della Fnsi e dell'Usigrai.
Abbiamo visitato l'hotspot costantemente accompagnati dal prefetto di Agrigrento, da alcuni agenti e dagli operatori del centro.
È un fatto positivo che finalmente ci sia stata la prima autorizzazione a entrare in un hotspot.
Ma assolutamente non basta.
Non basta perché hanno vietato l'ingresso di telecamere e macchine fotografiche, e hanno vietato l'uso degli smartphone.
Non basta perché la visita è stata ampiamente annunciata, pertanto nessuna certezza c'è che abbiamo visto il centro così come è nella quotidianità.
Pertanto è necessario che una volta per tutte si stabilisca che il diritto di cronaca, il diritto dei cittadini a essere correttamente informati non può essere soggetto ad autorizzazioni.
E, in ogni caso, laddove sono necessarie, bisogna avere tempi brevi e certi, e in caso di diniego motivazioni chiare e circostanziate.
Per gli hotspot siamo poi oltre il paradosso. Ufficialmente gli ospiti non sono in stato di reclusione, come avviene nei Cie.
Eppure a Lampedusa, ad esempio, non possono uscire dal centro.
"Sapete, ci sono i turisti...", ci dicono con una toppa peggiore del buco.
E, in ogni caso, se non è un luogo di privazione della libertà, perché bisogna chiedere l'autorizzazione ad entrare?
Insomma, l'accoglienza si fonda anche sulla trasparenza.
Servono regole chiare che assicurino il pieno diritto di cronaca.
Ma intanto noi siamo entrati.
Cosa abbiamo visto?
Oltre 200 migranti. Negli hot spot dovrebbero restare non più di 3 giorni. Alcuni sono di lì da settimane. Alcune nigeriane, minorenni, sono lì da oltre un mese. Per problemi di identificazione, dicono.
Sono divisi in padiglioni. Da una parte le donne e i minori. Dall'altra gli uomini.
Dormono su materassi di spugna. Raramente hanno le lenzuola, quelle usa e getta.
Sono camerate da 12 letti. Tra l'uno e l'altro il corridoio sufficiente a far passare una persona.
Le donne ospiti hanno provato a rendere i loro ambienti più accoglienti. E allora hanno utilizzato le coperte termiche color oro e argento con i quali i soccorritori li accolgono allo sbarco per dar loro finalmente un po' di calore dopo il viaggio in mare.
Quei teli sono diventate fiocchi, farfalle sulle pareti delle loro camerate.
Vengono dal Mali, dalla Guinea, dalla Costa d'Avorio.
Alcuni indossano dei rosari. Altri li vedi in preghiera rivolti verso La Mecca.
I bagni sono sporchi.
Non hanno dove lavare i vestiti.
E non hanno un ambiente dove mangiare. Sono costretti a farlo nelle camerate dove dormono.
Trascorrono le loro giornate chiacchierando.
In fila alle cabine telefoniche per chiamare casa per dire che stanno bene, che sono arrivati.
Alcuni bimbi giocano nei viali con le macchinine.
E poi c'è il lavoro straordinaro dei volontari.
Hanno sempre un sorriso per ciascuno di loro.
Gli fanno lezioni di italiano. Il minimo indispensabile per iniziare il processo di integrazione.
Ad alcuni migranti abbiamo chiesto cosa vorrebbero fare.
L'informatico, risponde uno.
Poi c'è chi vuole fare il calciatore.
Chi invece l'autista di camion, come gli è capitato di fare per alcune settimane nel suo Paese di origine.
Un altro invece vorrebbe studiare economia.
I volti degli uomini erano più sereni, sorridenti.
Quelli delle donne molto più sofferti e sofferenti.
In tutti si potevano vedere le paure, i timori, ma anche la speranza di una nuova possibilità.
Quella che un Paese come il nostro, patria dei diritti, dovrebbe saper offrire con un sistema di accoglienza in grado di coniugare l'inclusione con le legittime paure di chi ospita i migranti.
Ma le paure si superano solo con la conoscenza.
Ecco perché il ruolo decisivo dell'informazione.
Che deve andare a vedere, capire, per raccontare, spiegare.
E, come ha detto nei giorni scorsi Papa Francesco, spesso il mondo lo si vede meglio dalle periferie che dal centro.
E noi siamo andati in una di queste periferie.
Per vedere.
Ma anche per chiedere che presto si aprano ai giornalisti, e quindi ai cittadini, anche le altre periferie, per poter essere raccontate, illuminate.

@fnsisocial

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