«Le retribuzioni nel nostro Paese nell'ultimo decennio, e anche oltre, hanno visto una erosione del loro potere di acquisto: gli aumenti contrattuali e gli interventi fiscali non sono stati sufficienti a compensare gli effetti dell'inflazione. Una perdita secca di almeno il 6%. Pur con delle differenziazioni». Lo afferma Roberto Ghiselli, presidente del Civ Inps (il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell'Istituto di previdenza) intervistato sabato 20 febbraio 2026 da Erica Venditti per il sito web Pensionipertutti.it.
Ghiselli analizza poi i fattori all'origine del fenomeno: «Innanzitutto, un sistema Paese che stenta a innovarsi e a far crescere la produttività. Fra l'altro le nuove assunzioni si concentrano soprattutto nei settori a minor valore aggiunto e cresce sempre più il lavoro povero e discontinuo».
Manca dunque una politica di sviluppo che sappia agire sui fondamentali del ritardo italiano. Ma non solo. «Anche la contrattazione collettiva – prosegue Ghirelli – va rafforzata e resa più adeguata a tutelare il potere d'acquisto delle retribuzioni e redistribuire equamente gli incrementi di produttività. E il fisco deve essere più clemente nei confronti delle persone che lavorano».
E a fronte di retribuzioni povere, anche le future pensioni non potranno che essere povere. «Se non crescono adeguatamente le retribuzioni e se non si dà una maggiore continuità al lavoro anche il valore delle pensioni sarà destinato a calare. A ciò si aggiunge l'effetto del sistema di calcolo contributivo, ormai prevalente nel sistema pensionistico, che comporta valori pensionistici più bassi», rileva il presidente del Civ Inps, che pone anche una questione di «sostenibilità sociale per le generazioni più giovani che avranno sì una pensione, ma sempre meno adeguata». (mf)