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Mostar, 32 anni fa l’uccisione di Marco Luchetta, Alessandro 'Sasa' Ota e Dario D'Angelo
Anniversario 28 Gen 2026

Mostar, 32 anni fa l’uccisione di Marco Luchetta, Alessandro 'Sasa' Ota e Dario D'Angelo

I tre componenti della troupe Rai di Trieste si trovavano nella città bosniaca per testimoniare la tragedia dei bambini assediati dalla guerra.

«Trentadue anni fa, il 28 gennaio 1994, gli inviati della sede Rai di Trieste Marco Luchetta, Alessandro Saša Ota e Dario D’Angelo entrarono a Mostar per realizzare un servizio sui bambini senza nome: volevano raccontare per far sapere e far riflettere, per suscitare una reazione alla barbarie che si stava consumando in quelle terre e contrastare la rimozione collettiva della guerra. Furono colpiti da una granata che li uccise tutti e tre, ma che risparmiò il piccolo Zlatko a cui fecero da scudo con i loro corpi. Da quella tragedia nacque la Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin; successivamente ha preso avvio anche un premio giornalistico internazionale». Lo ricorda L’Assostampa Friuli Venezia Giulia in una nota pubblicata mercoledì 28 gennaio 2026.

Il sindacato regionale ricorda poi le parole dette a Mostar due anni fa dal figlio di Marco, Andrea Luchetta (aveva 8 anni quando ha perso il papà), giornalista, inviato Rai: «La prima volta che sono venuto in questo cortile era il 2007. Mi ha accompagnato Zlatko, il bambino che era insieme a papà, Dario e Saša. Mentre camminavamo per i vicoli, mi sembrava che i palazzi si stessero chiudendo su di me, che la realtà stesse collassando. Avevo immaginato per 13 anni questo cortile. Mi sentivo fragile, disorientato. Ci ho messo delle ore per lasciar uscire il dolore. E quando finalmente ha vinto le barriere che avevo costruito, quando ho iniziato a sentirmi disperatamente solo, dalla notte è spuntato un cagnone nero. Mi ha fatto la guardia in silenzio e poi mi ha abbracciato. L’ho chiamato Stari, mi è rimasto al fianco per 15 anni».

Mostar, ha proseguito Andrea Luchetta, «non è la città che ha tolto papà a mia mamma, a mia sorella Carolina e a me. È la città per cui papà ha sentito un’urgenza così profonda da fare quello che ha fatto. Ha provato un’empatia meravigliosamente umana e ha scelto di ascoltarla. Ha scelto di essere parte di una comunità. Una comunità che non ha declinazione etnica, religiosa, linguistica o qualsiasi altra idiozia ci siamo inventati per spararci addosso e derubarci. La stessa empatia che ha provato per le vittime musulmane, ne sono certo, l’avrebbe provata per le vittime cattoliche, ortodosse, atee, agnostiche, buddhiste e tutto quello che volete.

Il giornalista ha sottolineato: «Sappiamo da che parte del Bulevar è partita la granata. Non sappiamo se fosse diretta a loro in quanto testimoni, o se fosse l’ennesimo tentativo di ammazzare qualche persona a caso. Non ci fa nessuna differenza. Chi ha sparato è un criminale. Chi gli ha dato una giustificazione ideologica per farlo non è degno di stare qui. Mostar per me e mia sorella è nostro padre. Mostar è l’empatia che ci ha insegnato a provare. Mostar è tutto quello che ci rende diversi da chi non sa parlare di dolore. Da chi non lo vuole guardare, da chi lo ostenta, da chi lo manipola per costruirci sopra un potere meschino. Mostar sono gli uomini che hanno rifiutato di uccidere, i cittadini che hanno nascosto i perseguitati. Mostar è chi crede in una comune radice umana. Mostar è un cane silenzioso, che ti tiene in equilibrio quando ti manca la terra sotto i piedi. Mostar – ha concluso Andrea Luchetta - appartiene a loro, non a chi commercia veleno”. (anc)

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