Le giornaliste di tutto il mondo svolgono un ruolo chiave nel racconto che l'informazione offre di ciò che accade e nel rafforzare il pluralismo dei media, eppure vengono regolarmente prese di mira, molto spesso proprio per il solo fatto di essere donne.
Sono vittime di molestie, bersaglio di minacce, anche assieme ai loro figli, pagate meno dei colleghi uomini, pur rischiando la vita esattamente come i colleghi uomini. Undici sono state le professioniste dell'informazione uccise nel 2025, come ricorda la Federazione internazionale dei giornalisti.
In occasione della Giornata internazionale della donna 2026, proprio la Ifj e il suo Consiglio di genere celebrano, come ogni anno, «l'impegno e il coraggio delle giornaliste che continuano a raccontare, nonostante minacce e intimidazioni», pubblicando una serie di testimonianze di croniste di tutto il mondo.
«Non possiamo permettere che le giornaliste vengano minacciate, molestate, imprigionate e persino uccise. Fortunatamente, sono molte quelle che continuano a esercitare la loro professione con coraggio», scrive sul sito web del sindacato mondiale Maria Angeles Samperio, presidente del Gender Council della Ifj, che invita «tutte le organizzazioni a sostenere il diritto delle donne a praticare liberamente il giornalismo».
Anche in Italia la Giornata della donna 2026 è l'occasione per accendere i riflettori sulle difficili condizioni in cui le colleghe sono costrette a lavorare.
Un'inchiesta realizzata da quattro giornaliste freelance, in collaborazione con IrpiMedia e con il supporto di Fnsi, Ordine nazionale dei giornalisti e Ordini regionali del Piemonte e del Trentino-Alto Adige, raccoglie cento interviste ad altrettante giornaliste che lavorano o hanno lavorato per agenzie di stampa, testate online e cartacee, radio e tv italiane, che hanno denunciato altrettanti episodi di discriminazione, molestie, ricatti sessuali, stupri e tentate violenze.
Il lavoro, firmato da Alessia Bisini, Francesca Candioli, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi (che compongono il collettivo Espulse), si intitola 'Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani' e racconta alcune delle storie in cui «a compiere le molestie e le discriminazioni sono stati, in gran parte dei casi, direttori e caporedattori - si legge -. Il picco degli abusi è avvenuto quando le giornaliste avevano fra i 25 e i 34 anni». Freelance e assunte sono state colpite in egual misura.
'Violenze sessuali, molestie e abusi nelle redazioni dei media italiani' segue la pubblicazione di 'Voi con queste gonnelline mi provocate' (2024), un'indagine sulle molestie e sugli abusi di potere nelle scuole di giornalismo riconosciute dall'Ordine.
Sul tema delle retribuzioni e della disparità di trattamento (gender pay gap) nel giornalismo si concentra invece una ricerca voluta dall'Ordine dei giornalisti del Piemonte, realizzata in collaborazione con l'Università di Torino e presentata venerdì 6 marzo 2026.
I risultati dello studio, reso possibile da una convenzione tra Ordine regionale, Centro Interdisciplinare ricerche e studi delle donne e di genere dell'Ateneo torinese, Ufficio di Parità della Regione Piemonte e Associazione Stampa Subalpina, fotografano una condizione di svantaggio delle donne impegnate nel settore dei media in Piemonte, con ritardi nella stabilizzazione, precarietà, disuguaglianze retributive persistenti: fenomeni che «non appaiono marginali o residuali», quanto piuttosto «criticità strutturali che attraversano il settore dell'informazione», non solo in Piemonte.
La ricerca evidenzia, inoltre, come la dimensione della cura continui a incidere in modo significativo sui percorsi lavorativi, con le donne che usufruiscono più frequentemente di congedi parentali, per salute e per assistenza familiare. E, al rientro, il 20,9% delle donne segnala difficoltà, demansionamenti o ripercussioni negative su salario e carriera (contro il 2,4% degli uomini).
Eppure, come osserva Carla Piro Mander, consigliera e responsabile del progetto per l'Ordine dei Giornalisti del Piemonte, «il giornalismo non è soltanto un settore produttivo, ma un presidio democratico; le disuguaglianze che attraversano le redazioni non incidono solo sulle condizioni di lavoro, ma anche sulla pluralità di visione, sull’accesso ai ruoli decisionali e, in ultima analisi, sulla qualità dell’informazione offerta ai cittadini». (mf)