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Giudiziaria | 14 Mag 2020
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Appello processo Aemilia, giornalisti fuori dall'aula. Aser e Fnsi: «Si permetta di esercitare il diritto di cronaca»

«Con le misure di distanziamento sociale lo spazio può contenere solo 50 persone mentre in giudizio ci sono 144 imputati, relativi avvocati e parti civili», spiega il sindacato, che chiede che «già dalla prossima udienza si possa attrezzare una sala in cui trasmettere i lavori».
La lettura della sentenza di primo grado nell'aula bunker di Reggio Emilia (Foto: Mattia Motta)

Giornalisti fuori dall'aula. E l'appello del processo Aemilia diventa "a porte chiuse" per l'informazione. Dopo il lungo e forzato stop a causa dell'emergenza Covid-19, giovedì 14 maggio è ripreso nell'aula bunker del carcere Dozza di Bologna il secondo grado del più grande processo mai celebrato sull'infiltrazione della criminalità organizzata al Nord. E l'informazione è rimasta fuori dalla porta senza possibilità – come richiesto nei giorni scorsi da sindacato Aser-Fnsi e Ordine giornalisti dell'Emilia-Romagna di seguire le fasi del processo "da remoto", con le immagini in diretta dall'aula.

«L'appello di Aemilia è un processo a porte aperte come deciso dal collegio giudicante alla prima udienza che ha autorizzato le riprese audio-video. Oggi – spiegano in una nota Aser e Fnsi – con le misure di distanziamento sociale l'aula del Dozza può contenere solo 50 persone mentre in giudizio ci sono 144 imputati, relativi avvocati e parti civili. I giornalisti hanno preso atto dell'impossibilità di fatto di entrare in aula, ma crediamo che questa esclusione della stampa debba restare un unicum nella storia processuale di Aemilia e che già dalla prossima udienza si possa attrezzare una sala in cui trasmettere il processo e si permetta così ai giornalisti di esercitare il diritto di cronaca».

Aemilia, lo ricordiamo, è il primo processo nella storia della cronaca giudiziaria che ha visto tutte le udienze del dibattimento trasmesse in diretta audio-video. Le motivazioni di questa decisione vennero ribadite nella sentenza di primo grado, quando si specificò che «in gioco c'è il futuro della comunità, e il maggior numero di cittadini possibile deve essere messo a conoscenza di cosa è avvenuto» per far sì che non accada in futuro. Solo con l'informazione e la consapevolezza dei cittadini si sviluppano gli anticorpi sociali utili per contrastare l'infiltrazione della criminalità organizzata. (Da aser.bo.it)

@fnsisocial
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