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anniversario | 03 Feb 2020
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Caso Regeni, 4 anni senza verità. I genitori di Giulio: «La politica ha deciso di lasciar correre»

Il 3 febbraio 2016 veniva ritrovato il corpo senza vita del giovane ricercatore italiano. Se la campagna promossa per chiedere verità e giustizia ha ottenuto che la vicenda non cadesse nell'oblio, l'obiettivo resta lontano. «Qui si tratta di capire se esiste uno Stato in grado di difendere i cittadini al di sopra di tutti gli interessi, e questa pretesa di tutela riguarda tutti», ammonisce la famiglia.
La recente manifestazione al Pantheon per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni

«Fin dall'inizio, la nostra non è stata una vicenda legata solo alla perdita di un figlio, bensì una causa sostenuta da migliaia di cittadini italiani e di molti altri Paesi che hanno solidarizzato con noi. Qui si tratta di capire se esiste uno Stato in grado di difendere i cittadini al di sopra di tutti gli interessi, e questa pretesa di tutela riguarda tutti». Lo dicono i genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio, in un'intervista al Corriere della Sera nel quarto anniversario dal ritrovamento del corpo senza vita del giovane ricercatore italiano. Sulla richiesta di richiamare l'ambasciatore italiano dall'Egitto, i Regeni spiegano: «Più volte abbiamo utilizzato il termine 'diluizione' riferito all'atteggiamento intuito già col primo governo che si è dovuto occupare dell'omicidio di Giulio; ossia lasciar passare il tempo, permettendo agli eventi di inserirsi e frapporsi con la ricerca di verità e giustizia. La Realpolitik – denunciano – è spesso un buon alibi per mascherarsi, violare convenzioni internazionali e non rispondere a nessuna morale».

Sull'ipotesi che l'Italia sia ancora più debole senza ambasciatore, affermano: «Proviamo a ribaltare il discorso: se l'Italia vuole avere un ruolo centrale nelle politiche del Mediterraneo, perché non iniziare dimostrando che pone al centro della sua politica la dignità dei suoi cittadini ed il rispetto dei diritti umani? Coinvolgendo con energia anche l'Unione europea, ravvivando così i valori fondanti su cui si basa? Potrebbe essere una posizione per acquistare una reale autorevolezza e rispetto nella politica estera. Cedere sui principi democratici – avvertono – sui diritti fondamentali, equivarrebbe a dare ragione alle dittature, sarebbe come dire che i valori democratici sono perdenti».

Sulla vicenda Regeni interviene anche il magistrato Giuseppe Pignatone, attualmente presidente del Tribunale vaticano, che su La Stampa evidenzia: «Dal dicembre 2017, cioè dalla iscrizione degli attuali indagati, non vi è più stato alcun nuovo contributo della procura generale del Cairo per il progresso delle indagini. I prossimi mesi ci diranno se, a prescindere dall'ipotesi di eventuali nuove autonome acquisizioni, in via teorica sempre possibili, la volontà di collaborazione, sempre riaffermata da parte egiziana, riprenderà con gesti concreti che possano consentire di chiarire tutte le responsabilità e portare alla punizione dei colpevoli».

Pignatone ripercorre quindi i passaggi centrali della vicenda Regeni, «dalla campagna che l'ha diffamato come spia, ai tentativi di depistaggio», sottolineando i passi avanti che si sono fatti grazie a una collaborazione anche giudiziaria tra Italia ed Egitto che, ora, appare però «ferma».

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