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Fnsi 28 Gen 2015

L’intervento integrale del Segretario generale, Siddi “Il Congresso dedicato alla libertà dell’informazione”

…Oggi propongo di dedicare il Congresso alla libertà dell’informazione e a tutti coloro che la testimoniano fino in fondo e che hanno pagato con il prezzo della vita. Oggi è il 21º anniversario - ahinoi il nostro Congresso ha tante coincidenze, infauste da questo punto di vista - dei morti di Mostar. Ve li ricordate tutti: Lucchetta, Hrovatin e D’Angelo, ai quali la città di Trieste e a essi intitolata hanno dedicato un giardino della memoria l'anno scorso. E’ un’iniziativa che una fondazione benemerita fa per ospitare i bambini mutilati, colpiti dalla guerra, resi orfani dalle guerre in ogni angolo del mondo…

…Oggi propongo di dedicare il Congresso alla libertà dell’informazione e a tutti coloro che la testimoniano fino in fondo e che hanno pagato con il prezzo della vita. Oggi è il 21º anniversario - ahinoi il nostro Congresso ha tante coincidenze, infauste da questo punto di vista - dei morti di Mostar. Ve li ricordate tutti: Lucchetta, Hrovatin e D’Angelo, ai quali la città di Trieste e a essi intitolata hanno dedicato un giardino della memoria l'anno scorso. E’ un’iniziativa che una fondazione benemerita fa per ospitare i bambini mutilati, colpiti dalla guerra, resi orfani dalle guerre in ogni angolo del mondo…

IL TESTO DELL'INTERVENTO DEL SEGRETARIO GENERALE FRANCO SIDDI (formato Pdf) 

Buongiorno a tutti, prima di cominciare con la relazione inviterei tutti a fare una dedica di questo nostro Congresso. Abbiamo cominciato ieri pomeriggio con una nostra commemorazione, un nostro omaggio alla Giornata della Memoria riunendo in questa giornata il filo conduttore di una battaglia per la libertà che ha visto di recente nuove  vittime, a Parigi in particolare con la tragedia di Charlie Hebdo e la morte sulla strada di un poliziotto  musulmano e di altri cittadini ebrei; come settant'anni fa.
Oggi propongo di dedicare il Congresso alla libertà dell’informazione e a tutti coloro che la testimoniano fino in fondo e che hanno pagato con il prezzo della vita. Oggi è il 21º anniversario - ahinoi il nostro Congresso ha tante coincidenze,  infauste da questo punto di vista - dei morti di Mostar. Ve li ricordate tutti: Lucchetta, Hrovatin e D’Angelo, ai quali la città di Trieste e a essi intitolata hanno dedicato un giardino della memoria l'anno scorso. E’ un’iniziativa che una fondazione benemerita fa per ospitare i bambini mutilati, colpiti dalla guerra, resi orfani dalle guerre in ogni angolo del mondo.
Questa dedica oggi dobbiamo, vogliamo  ampliarla,  proprio dando testimonianza fino in fondo di questo nostro omaggio, abbracciando i familiari o i rappresentanti sociali di chi nell'ultimo anno ha perso la vita semplicemente per voler fare il suo lavoro, volendo essere testimone di verità, documentando i fatti e facendo conoscere ai cittadini del mondo ciò che altri vogliono spegnere, vogliono cancellare. Lo facciamo filmando, documentando, fotografando, trasmettendo ai media episodi, fatti e vicende che aiutano a capire cosa sono certe guerre; dalla tragedia di Gaza al conflitto russo-ucraino. Ricordiamo in un abbraccio unico Andy Rocchelli, caduto nel maggio scorso a Sloviansk in Ucraina, fotoreporter che si era creato una professione da sé insieme ad un collettivo che ha base a Piacenza e che era diventato uno stimatissimo collega vero, al di là delle etichette e al di là dei timbri, e che è caduto insieme ad un suo compagno di lavoro russo, Mironov, proprio perché quella è una delle guerre più intossicate da pozzi avvelenati delle notizie. Lui e il suo compagno Mironov portavano luce e verità. Sono caduti sul lavoro, sono caduti diventando eroi dell'informazione senza volerlo.
Il 13 agosto un destino simile è toccato ad un altro nostro collega: Simone Camilli, anch'egli fotogiornalista e molto di più, il giornalista “tutto” dei new media di oggi, il giornalista che scrive, che filma, che monta i servizi, il giornalista che parla con il mondo, che lavora per l’Associated Press ma anche per tanti altri soggetti che scoprono che il suo lavoro via via che va avanti, in quel Medioriente caldo da oltre settant'anni, è più che mai prezioso, non ha confini, parla tante lingue, è immediatamente riconoscibile da tutti per il suo carattere di verità e per il suo carattere di alta professionalità.
Simone Camilli era in quel momento in una missione che sembrava quasi la più tranquilla: la rimozione dei detriti, la bonifica dei siti. Sono esplosi invece dei materiali inerti che contenevano esplosivo ed è morto insieme ad un collega palestinese. Era la vigilia di Ferragosto, la notizia è arrivata come una bomba.  Quel giorno ero a Palazzo Chigi con il sottosegretario Lotti, parlavamo di quello che sarebbe diventato di lì a qualche tempo un accordo operativo sui finanziamenti per il lavoro e per il nostro welfare; è arrivata quella notizia, si è fermato tutto, abbiamo cercato di metterci in contatto indirettamente con i parenti, non abbiamo avuto il coraggio di chiamare il papà, Pier Luigi Camilli, che è oggi qui e che è un nostro collega, come è un nostro collega il fratello, Stefano, che lavora all'Agenzia SKY News. Una famiglia di giornalisti naturale. Il 15 agosto siamo stati a Pitigliano, la cittadina dove Pier Luigi oggi è sindaco, dopo aver lasciato la professione attiva alla Rai; è stata una giornata indimenticabile, di emozione, di commozione, di partecipazione, di  affermazione visibile del valore dell'informazione e della forza di quei testimoni che ci parlano e ci chiedono di essere sempre presenti sulla frontiera della libertà. Una cerimonia religiosa, quella funebre, a più voci, anche con più religioni, un rito multireligioso di straordinaria intensità ed emozione che in qualche modo ci restituisce vita, speranza e forza; credo la abbia data e la dia ancora alla famiglia che è il primo bene, ma  che la dia anche a tutta la famiglia dei giornalisti.
Charlie Hebdo, terza dedica, lo abbiamo ricordato ieri, oggi riprendiamo quel filo dopo averlo tessuto in una risposta civile che ha detto: chi vuole spegnere le voci in questo modo, con i kalashnikov, sappia che per una voce che si spegne ne verranno fuori altre cento, mille. E così è stato, così abbiamo visto la risposta civile di Parigi, ma anche quella di Roma a Piazza Farnese, quella di Milano e di altre città italiane, di tante città del mondo. I cittadini del mondo libero che credono nella libertà e negli Stati laici come condizione per affermare la convivenza fra fedi, razze, etnie, idealità politiche diverse sono  una ricchezza che non regaleremo a nessuno e il giornalismo ha il dovere di proteggerla, di tutelarla in quanto condizione essenziale per distinguere i paesi democratici dai regimi.
Allora in questo grande abbraccio, in questo grande impegno di solidarietà e di libertà noi oggi vogliamo ricordare queste figure consegnando alle famiglie e ai rappresentanti dei giornalisti caduti che ho citato la medaglia al ricordo, la medaglia storica della Federazione della Stampa. Chiamo quindi al tavolo - Presidente consentimelo e voglio te qui vicino a me - Pier Luigi Camilli, la presidente dell’Aser Serena Bersani per Rocchelli, il presidente della Federazione Mondiale dei Giornalisti IFJ Jim Boumelha, il segretario generale aggiunto della stessa Ifj, Anthony Bellanger, già segretario SNJ, il rappresentante del Sindacato Nazionale Giornalisti di Francia, SNJ, responsabile delle relazioni estere, Mario Guastoni.
Scusatemi, c'è un disguido: adesso ci stringiamo la mano, le medaglie dovevano essere qua stamattina ma non ci sono ancora. Credo che comunque valga il nostro abbraccio e il nostro applauso. Per suggellare la dedica del nostro Congresso. Più tardi faremo la cerimonia di consegna della medaglia Fnsi.
(Seguono interventi)

RELAZIONE CONGRESSUALE

SIDDI. Grazie Presidente, purtroppo fino all'ultimo istante abbiamo dovuto accudire alle urgenze quotidiane di un sindacato che di fronte ai bisogni di intervento di solidarietà e di sostegno ai colleghi non si può fermare perché c’è un Congresso e qualche punto della nostra attività organizzativa lo perfezioneremo qui in diretta.
Cari colleghi, care colleghe, autorità, rappresentanti del mondo del lavoro, sindacati confederali qui presenti, rappresentanti degli editori, Presidente della FIEG, Presidente dell’Aeranti-Corallo, Presidente dell’USPI, colleghi e colleghe tutti, arriviamo qui a quattro anni da Bergamo e abbiamo già ricominciato dove a Bergamo ci eravamo lasciati, lavorando per quattro anni intorno a ciò che Bergamo e il Congresso, le sue emozioni e i suoi indirizzi ci avevano dettato.

Siamo partiti non a caso dal tema della libertà di stampa, dal tema della funzione e del ruolo del giornalismo nelle società democratiche e da lì riprendo stamattina perché credo che due date siano per noi il filo conduttore di un lavoro che appartiene alla continuità storica che della Stampa ha sempre saputo darsi istituzionalmente, ricercando convergenze e competizioni nell'ambito di un sindacato unitario e plurale, caratteristica straordinaria di una forma di rappresentanza per un mondo del lavoro speciale ma non privilegiato o diverso come quello dei giornalisti. Le due date che mi introducono nel ragionamento che voglio proporvi stamattina sono quelle che, a mio giudizio, hanno segnato particolarmente l'ultimo quadriennio per l’informazione italiana e per gli assetti del nostro lavoro. La prima è quella del 27 novembre 2012, la secondo è quella del 21 giugno 2014. La prima 27 novembre 2012, appunto, è la giornata nella quale, al termine dell'ennesima battaglia di libertà della FNSI, con una vasta alleanza sociale finalmente costruita e realizzata che va e andava dagli editori alle formazioni sociali, alla società civile oggi tanto vituperata, il Parlamento rispose positivamente, seppure in maniera sgusciante, all'appello forte che avevamo lanciato per la dignità delle persone e il diritto di informare e che una proposta di legge sulla diffamazione voleva di nuovo limitare con vincoli, lacci e lacciuoli. Era una nuova battaglia, l'ennesima, di una lotta che dura da oltre un secolo per la libertà e l'autonomia dell'informazione, per il diritto di cronaca, per affermare un principio che riconosce il diritto dei cittadini all'informazione, che riconosce i cittadini titolari di questo bene e i giornalisti esercenti di una professione che a quel bene deve tendere, quel bene deve cercare di assicurare, abbiamo visto purtroppo anche a prova della vita. Questo sforzo lo abbiamo realizzato per la prima volta insieme anche agli editori della FIEG. Non era la prima volta in assoluto, ma in quella circostanza un appello congiunto con gli editori, pubblicato sui giornali, insieme ad un’attività di una coalizione di forze sociali e civili e di direttori ha consentito di fermare un'ennesima legge bavaglio. Quell'appello estremo era stato l'atto finale di una lunga battaglia che nella storia della Federazione è praticamente secolare e che nella condizione citata aveva già visto diverse manifestazioni di piazza e in particolare una assai importante, scolpita ormai nella nostra storia, quella del 3 ottobre 2009 - in quel caso legge intercettazioni - in Piazza del Popolo: 300 mila persone allora a Roma e centinaia di persone nell’ottobre 2012 al Pantheon. Ancora al Pantheon per dare spinta a quell'appello estremo firmato con gli editori e sostenuto con l'associazionismo civile del nostro Paese, da Articolo21, all’ARCI, alle ACLI a LIBERA INFORMAZIONE, ne cito solo alcune. Sono tantissime, a dimostrazione che il giornalismo vive, è libero e può essere libero se connesso con il popolo che vuole e deve essere libero e che sa che è libero se vive l'informazione libera, se vive la stampa indipendente.

La seconda data è quella del 25 giugno 2014, quando è stato siglato un sofferto rinnovo triennale del contratto di lavoro, seguito subito dopo, nella mattinata, da un'intesa con il Governo Renzi, con degli Editori e con l’INPGI, con l'obiettivo di sostenere il welfare a tutela  dei giornalisti colpiti dalla crisi e a sostegno della rimessa in moto del mercato del lavoro professionale. Un passaggio difficile, non scontato, non da tutti percepito per quello che è e sul quale giudicheranno soprattutto i colleghi e il tempo; i colleghi che vivono i problemi veri e profondi di una professione che cambia e che corre molti rischi sul piano del lavoro e delle sicurezze, che ci ha dato un altro risultato politico rilevante: il ruolo e la funzione del sindacato attore sociale resta vitale. Lo resta in un tempo in cui le formazioni intermedie soffrono tutte una crisi di legittimità e subiscono attacchi da tutti poteri che puntano a svuotarne il ruolo e a svilirli.

La FNSI è una forza sociale che in questa stagione così complessa e difficile porta a casa - per taluni un demerito, per me è un risultato rilevante sociale - un patto triangolare, vasto, esteso, che sta dentro il disegno di un progetto che ci eravamo dati con i nostri congressi e particolarmente a Bergamo, quando ci eravamo detti alcune cose. Ci eravamo detti che il lavoro dignitoso è la prima condizione della nostra libertà, della nostra autonomia, della nostra indipendenza e che questo lavoro, questa condizione si crea se nel sistema dell’editoria stanno insieme, nell'ambito di ruoli e funzioni, i fattori che concorrono a realizzare sul piano industriale l'informazione che crea valore per i cittadini come per il pubblico, che crea valore per i giornalisti che ci lavorano, per i poligrafici che ci lavorano, per le maestranze tutte e per le imprese che investono e organizzano questo lavoro.

Per fare questo serve e serviva uno sforzo comune, ma serve e serviva una visione che non può che partire proprio da qui richiami alla libertà e all'indipendenza che abbiamo fatto stamattina e già ieri sera, cercando di riprendere il filo di un'identità: quella della nostra professione. Un filo che è fatto da battaglie permanenti per la libertà e la dignità del lavoro, che sono la nostra caratteristica fondamentale ormai da un secolo abbondantemente superato, che abbiamo avuto la fortuna grazie a voi di celebrare durante la mia segreteria insieme al primo secolo dal primo contratto collettivo di lavoro - 1911 - siglato proprio dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. I congressi aggiornano le linee di intervento; le condizioni politiche, sociali ed economiche condizionano le scelte operative, anche quelle quotidiane, per un'organizzazione che deve tutelare interessi collettivi, morali e materiali molto precisi, e allora quella della libertà dell’informazione è una battaglia permanente che non è, come abbiamo visto, mai assicurata per sempre.

Dalle battaglie contro il Fascismo che la videro soccombere nel 1925 quando della Stampa dovette chiudere i battenti, anche con un carico di vittime e perseguitati - in quegli anni lo furono personalità politiche e professionali di grandissimo rilievo, da Amendola a Gobetti, da Matteotti a Donati, per citarne alcuni - all'epopea della Resistenza e della scrittura della Costituzione, delle leggi democratiche, che come abbiamo visto da sole non bastano a dire che la libertà è assicurata per sempre, anche nel lungo tempo della nostra Repubblica. Quanto mi piacerebbe che anche in Italia crescesse quello spirito repubblicano che ho visto a Parigi l'11 gennaio; uno spirito repubblicano di libertà democratica di tutti, che unisce i cittadini, che è carta d'identità per un popolo e per una nazione! Non c'è bisogno neanche di utilizzare la parola “democrazia” e la parola “libertà”, basta dire marche republicaine, marcia repubblicana, perché sappiamo tutti per cosa si va in piazza. Si va per la libera convivenza, si va per difendere i fondamenti di uno Stato laico che crede nella libertà, nella fraternità e nell'uguaglianza, che crede quindi nella cultura dei diritti che non sono un peso opprimente, ma sono la condizione liberatoria di progresso civile, poi economico e poi sociale. 

E allora l’ansia di preservare la libertà di stampa dà un senso robusto all’idea di informazione come bene pubblico, come diritto dei cittadini ad essere informati, l’abbiamo continuamente riproposta in questa stagione e sono certo che questa Federazione saprà riproporla anche nelle stagioni che verranno, perché abbiamo già visto anche dalle cronache di questi giorni che ci sono appuntamenti che non ci lasciano respiro, che ci chiedono di essere in campo. Vigili, pronti ad agire sapendo che oggi gli interlocutori sono diversi da quelli di ieri e che c’è una sorta di distrazione, che sono le tragedie. A volte riaccendono  verso una sensibilità collettiva che ci fa vedere quali siano le cose che contano per la nostra vita e per il futuro di tutti i nostri cittadini. Perché ci sono da spezzare gli intrecci dei poteri con l’editoria, c’è bisogno di modificare il codice penale per adeguarlo alla Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, c’è bisogno di un’azione che davvero contrasti i conflitti d’interesse, c’è bisogno di stare sempre attenti, con questo continuo ritorno ciclico dei tentativi di introdurre leggi liberticide.  Avete letto le cronache di ieri, la legge sulla diffamazione, il richiamo della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che più volte ha sanzionato l’Italia sul carcere per i giornalisti che deve essere abolito, se vogliamo essere in linea con dei Diritti dell’Uomo, il richiamo anche del capo dello Stato Napolitano su questo tema; Napolitano, che pure ha sofferto ma ha accettato la condizione di una stampa libera che giustamente ritiene – quando lo decide, nel suo pluralismo – di criticare anche il Capo dello Stato e ha sempre difeso in questi anni con forza e determinazione il valore dell’art. 21 della Costituzione. Credo non abbia condiviso alcune campagne di stampa, ma ciò non gli ha impedito di essere al fianco dei giornalisti, dei cittadini italiani nel momento in cui molti giornali rischiavano di chiudere e altri rischiavano di essere censurati da leggi che sono state frenate – ha fatto capire – con la sua moral suasion permanente. Non potevano essere leggi innovative per la democrazia avanzata del nostro Paese.

Al Presidente Napolitano  io rivolgo un vivo ringraziamento anche da questo palco, dopo averlo fatto quando ha lasciato l’incarico,  e lo faccio ancora di più dopo la telefonata di venerdì scorso nella quale il Presidente mi ha affidato un messaggio di affetto per il nostro mondo, per i nostri colleghi, un messaggio di sollecitudine e di preoccupazione per la crisi che vive, unita all’espressione di rammarico per non poter essere qui oggi con noi, non intendendo di poterci inviare un messaggio promesso, non potendolo fare alla vigilia dell’elezione del nuovo Capo dello Stato, prevista a partire da domani, non ritenendo di dover offrire alcun motivo di interpretazione di qualsiasi genere su qualsiasi sua parola. Ritenendo in questo momento di affidarsi al riserbo nell’esposizione pubblica; ma ritenendo di voler e poter dire mio tramite oggi qui - e sono lieto ed orgoglioso che me l’abbia detto -, che ritiene il giornalismo e il suo sindacato storico una risorsa per la democrazia del nostro Paese e delle sue istituzioni democratiche. Grazie Presidente Napolitano.

Su un tenore simile anche la telefonata del Presidente del Consiglio Renzi,  un po’ più agile nella comunicazione riservatami, un po’ più diretta ma altrettanto rispettosa del ruolo della funzione del giornalismo, attenta direi, sia pure con l’avviso che il Governo è e resta impegnato a introdurre elementi di innovazione, dal suo punto di vista, e di cambiamento che credo il Congresso, il Sindacato saprà sempre giudicare e valutare con autonomia di giudizio e anche di spirito critico se lo riterrà. Penso che siano due atti significativi e rilevanti  di una interlocuzione sociale e istituzionale rilevante di questi anni su questi temi. I temi della libertà e degli assetti del sistema dell’informazione.

Il 3 ottobre 2009 i cittadini avevano compreso che era in gioco il loro diritto a sapere, oggi lo sanno di nuovo che quel diritto va sempre sostenuto, e che questo diritto non è un capriccio né dei giornalisti né del suo sindacato, né di un gruppetto di privilegiati, anche quando il giornalismo non è all’altezza del compito, anche quando pensa, il giornalismo, che si possa risolvere tutto in un racconto superficiale e autoreferenziale del chiacchiericcio, o di ciò che appare più scoppiettante e più emozionante.

Abbiamo bisogno di andare oltre ancora, abbiamo affrontato su questo terreno e stiamo affrontando – e ancora di più lo dovrà affrontare la categoria insieme alla cittadinanza italiana  - creando l’umore giusto, la sintonia che oggi si è molto  persa probabilmente,  la battaglia in difesa del sistema del servizio pubblico e soprattutto per il suo cambiamento, ineludibile, perché sia di nuovo identificabile veramente come servizio pubblico e soprattutto sia sganciato dal controllo dei poteri politici, sia riqualificato fino in fondo come impresa culturale  e di informazione, sia anche efficiente, ma l’efficienza sia legata a questi obiettivi.

Una presenza qualificata e di guida, quella della Rai, prima impresa culturale dell’informazione del Paese, che deve essere accompagnata da un sistema realmente plurale, ordinato, sostenuto e non banalmente a fini politici in tutti i suoi rami, soprattutto quelli che sono lo scheletro del pluralismo dell’informazione italiana, l’emittenza locale, i media del territorio;  sono quelli che oggi stanno soffrendo di più, sono oggi quelli che oggi rischiano di chiudere sono quelli per i quali oggi sta manca anche la protezione sociale. Per questi settori gli ammortizzatori sono praticamente quasi morti come quasi tutti quelli delle categorie del mondo del lavoro. Noi abbiamo ancora quella protezione sociale speciale e rilevante. Mi dicevano i segretari dei tre nostri sindacati maggiori: “Finché potete salvaguardate questo, perché per noi non c’è;  salvaguardate finché potete perché è un bene importante, attenti a non sbagliare le mosse, a come gestite il tiro sul sostegno, sul cambiamento, sullo sviluppo. Gli ammortizzatori innovativi e inclusivi, attenti a non perdere quello che avete perché noi abbiamo già perso quasi tutto. Abbiamo perso la solidarietà in deroga (i nostri colleghi dell’emittenza locale lo sanno), non c’è da quest’anno il contratto di solidarietà, c’è la cassa integrazione in deroga finanziata solo per cinque mesi; torneremo su questo punto, noi abbiamo nel nostro settore degli ammortizzatori importanti, ahimè, solo per la carta stampata, perché nel 1980-81 quello c’era e così è rimasto e prima di disperdere quello ci dobbiamo pensare bene. Abbiamo saputo fare delle scelte di priorità alla luce delle condizioni esistenti.

Tutto questo l’abbiamo potuto fare grazie alle battaglie di qualificazione, di accreditamento permanente del nostro ruolo di soggetto sociale, soggetto impegnato in primo luogo sul terreno delle libertà. Ciò che conta è che oggi più di ieri dopo l’orribile strage di Parigi, siamo meno soli, e noi concorriamo a lasciare meno soli i nostri colleghi nel mondo, siamo meno soli perché il mondo intero ha preso più consapevolezza del valore della stampa con presidio di libertà di tutti, delle libertà democratiche in particolare, in Italia ma non solo, come presidio di legalità democratica.

In questo lavoro, prezioso è stato il collegamento con associazioni come Libera Informazione, come Articolo 21, come i movimenti dell’associazionismo democratico che hanno dato vita con noi alla Carta di Roma, per un giornalismo consapevole, umano rispetto ai temi della tratta degli esseri umani. Per dire che stiamo da un’altra parte rispetto ai trafficanti di uomini e mercanti di morte. Tutto questo a volte sembra un fastidio all’interno dei nostri dibattiti, se manca questo siamo una piccola cosa. Non siamo rappresentanti di una professione, non siamo meritevoli di un rapporto di soggetto sociale abilitato ad essere interlocutore e protagonista; attore di movimento sociale e culturale, di relazioni istituzionali e industriali importanti e significativi.

Ecco perché andando a Parigi, incontrandoci qui oggi con i familiari delle vittime e con i nostri colleghi internazionali, dobbiamo continuare a dire con più forza di ieri che non ci pieghiamo alle minacce, non ci pieghiamo alle intimidazioni, non ci pieghiamo ai bavagli, non ci arrendiamo alla paura, ma soprattutto non ci pieghiamo all’odio. Sappiamo di poter essere forti su questo quanto più saremo capaci di essere insieme in un disegno di solidarietà internazionale che non è un impiccio ma un valore, non è un problema, perché costa qualcosa entrare nella Federazione internazionale e in quella europea, è una ricchezza essere associati con la nostra capacità anche di contribuire solidalmente alla vita delle nostre   organizzazioni  in Italia e nel mondo, perché il giornalismo deve poter parlare se vuole essere attore di sviluppo, soggetto di democrazia con una sola voce. Cioè con la voce del giornalismo etico professionale nel quale si bucano i muri e si costruiscono ponti di civiltà, di convivenza, ponti di democrazia, il giornalismo ha una responsabilità grande, pur essendo una rappresentanza piccola nella moltitudine delle rappresentanze sociali, culturali, nel grande caos delle dinamiche che stanno sconvolgendo la geopolitica internazionale.

Oggi con questo Congresso si chiude una fase, una fase politico-sindacale lunga, sette anni di segreteria Siddi - se volete aggiungete anche sei anni di presidenza - in un rapporto di convivenza che abbiamo sempre saputo sviluppare in una dimensione via via più unitaria, via via però anche più complicata e complessa con gli sconvolgimenti che viviamo, per la crisi che ci attraversa, per l’atomizzazione della professione e del suo modo di organizzarsi e di essere.

Rispetto alle vecchie correnti di un tempo che erano anche un fastidio, che avremmo voluto vedere superate, ma che, abbiamo visto, non hanno ancora dato luogo a processi di ricomposizione dell’organizzazione delle idee e del consenso, che richiedono una grande fatica democratica ulteriore, già a partire da questo Congresso. Occorrerà sempre più rinvigorire le radici per non perdere la rotta nel tempo dei tumultuosi cambiamenti che mettono in discussione tutto.

Al primo punto c’è proprio la condizione dell’identità professionale, che non è più la stessa di qualche anno fa, non di 10 o 15, e non a caso oggi proponiamo al Congresso di ragionare: multimedialità, crossmedialità, transmedialità, avendo fermi i capisaldi del nostro impegno: il lavoro, i diritti, l’autonomia dai poteri.  Dobbiamo fare i conti con le parole che sono nell’occhiello, dobbiamo fare i conti con ciò che significano quelle parole e i tumultuosi cambiamenti che ci sono; anche i rischi che ci sono, fino a Bergamo parlavamo di multimedialità e avevamo la soddisfazione di aver introdotto la multimedialità nel contratto, assumendoci la responsabilità e il compito, ma ottenendo anche il riconoscimento morale e materiale nel Contratto che  dobbiamo essere attori/protagonisti della multimedialità. Siamo entrati dritti dritti nella crossmedialità e oggi siamo già alle prese con la sfida della transmedialità  che comporta dei rischi  per individuare dove siamo e capire se ci dobbiamo essere, quali siano gli spazi dei giornalisti e come li dobbiamo coprire. Lì ci soccorrerà sempre la nostra identità professionale,  quella del giornalismo etico, rigoroso e autonomo. Noi dovremo saper discernere e orientare e presidiare l’informazione proprio in questi processi dagli inquinamenti di vario tipo, dedicandoci a fondo se si vuole innovare e allo stesso tempo dobbiamo farlo potendo contare su un sistema chiaro di libertà e di autonomie e su un’editoria che assicuri condizioni essenziali di lavoro e di natura professionale. Mi fermo qui su questo punto. Ora dobbiamo riprendere il filo del lavoro, il filo dei contratti, il filo di Bergamo.

Taluno, per esigenze varie, di cabotaggio magari interno, ha preferito dire che siamo andati fuori linea. No! Non siamo mai andati fuori linea, lo rivendico con orgoglio e determinazione,  siamo dentro le linee dei Congressi; in particolare quelle che il Congresso di Bergamo ha determinato sulle politiche del lavoro. Prima del contratto parlo d’un altro tema: un tema che ci angoscia che è stato centrale a Bergamo e in questi quattro anni. Il tema del lavoro, della lotta alla precarietà, dell’impegno a non lasciare nessuno solo. A Bergamo abbiamo parlato molto della nostra idea: piano straordinario contro la precarietà, punto di riferimento, stella polare di un’azione lunga che va nel tempo e di un nostro impegno assoluto a non lasciare nessuno solo. Abbiamo lavorato su queste piste con intensità e avendo questi obiettivi come permanenti di tutte le iniziative, anche quelle più minute che potevano dare un senso concreto  alla rappresentanza degli interessi dei colleghi a questo obiettivo. Il piano straordinario è un’opera che doveva e deve riguardare più soggetti, non solo giornalisti, perché la lotta alla precarietà - il male del nostro tempo e delle economie un tempo floride, e oggi delle economie che invece pretendono di riprendersi a spese del lavoro, con le politiche dell’austerità degli Stati e il primato delle logiche  finanziarie -, mette a nudo. Combattiamo con le nostre forze queste derive e facciamo e abbiamo dovuto fare da subito i conti con realtà del mercato del lavoro devastante nella sua trasformazione in atto.

Il mercato del lavoro che cambia, che ha mutato i connotati,  per tutti, anche per noi. Molti di noi pensano che noi siamo un’altra cosa, ma noi siamo dentro il mercato del lavoro; e questo mercato del lavoro, così trasformato, costringe tutto il mondo del lavoro italiano a fare i conti con questa devastazione. Noi non abbiamo potuto sottrarci, siamo dentro, ci siamo dentro e abbiamo dovuto lavorare pensando ai colleghi, ai loro beni primari ogni giorno, giorno dopo giorno avendo chiaro dove stiamo andando e per quale obiettivo cerchiamo di fissare tappa dopo tappa i nostri traguardi. Sono d’accordo con i Segretari confederali che più volte ce l’hanno detto, soprattutto negli incontri bilaterali; è stato sempre più difficile fare incontri unitari in questi anni, e lo sapete bene,  ma portiamo anche l’orgoglio proprio averne fatto uno proprio alla  vigilia della fine del nostro mandato, lo scorso 3 novembre. Per la prima volta dopo anni i tre sindacati confederali maggiori, in Federazione della stampa, si sono confrontati con noi sul Jobs Act, hanno ragionato tra di loro e con noi e anche con le istituzioni, quel pezzo delle istituzioni che ha accettato di confrontarsi e ragionare con noi (il Presidente della Commissione lavoro della Camera). Una piccola cosa dirà qualcuno, una grande cosa per il senso politico e sociale che rappresenta. L’abbiamo fatto perché siamo consapevoli di dover realizzare alleanze sociali  e di dover condividere conoscenze, esperienze, impegni, per cambiare le cose che non ci piacciono. Perché riteniamo che i lavoratori, e i loro diritti, siano una risorsa fondamentale per lo sviluppo, non un cancro maledetto. Ecco cosa dico ai segretari confederali, oltreché a noi stessi:  nell’autocritica che dobbiamo fare, nel lavoro anche quotidiano che facciamo quando abbiamo modo di interloquire sulle scelte dei nostri direttori, che impostano i sommari dei giornali, i media non hanno adeguatamente rappresentato questi temi. Nella generalità, non tutti evidentemente. Spesso hanno assecondato con faciloneria e superficialità politiche di austerità e di compressione dei diritti del lavoro, senza interrogarsi a fondo sulle conseguenze generali o sulla verifica di strade alternative possibili pur in un sistema compresso dalle politiche internazionali.

La crisi devastante e molto grave del nostro settore è anche caratterizzata spesso da comportamenti autoritari ed egoistici di aree dell’imprenditoria e di benpensanti, complici  giornalisti  benpensanti in questo caso,  di aree sempre più ampie della politica, magari anche perché costretta a ciò da convinzioni interne di parte o da condizionamenti internazionali. Per tutto questo molte aziende si sono spinte solo verso  forme di flessibilità al limite della legislazione del nostro diritto sociale. Non siamo felici e non accettiamo, non abbiamo mai accettato questa tendenza,  paghiamo come altre categorie i mutamenti del mercato e del diritto del lavoro, che nello specifico del giornalismo incidono sulle certezze della professione in maniera profonda, come non era mai venuto dal dopoguerra ad oggi. Si pensi alle leggi Sacconi, Fornero e ora a diversi capitoli del Jobs Act. Non ci siamo arresi, non si è arreso il Sindacato confederale; siamo tutti impegnati ognuno per la sua parte e nei suoi luoghi a reggere l’urto e a lavorare per invertire la tendenza. Ci vorrà del tempo, ci vorrà pazienza, bisognerà saper stare insieme su questo. Forti le distinzioni sulle carte di ciascuno, ma insieme su questi principi primari. Io non credo all’idea di chi immagina che licenziando finalmente si assume. Questa idea non ci ha mai convinto e non mi ha mai convinto (applausi)  perché non credo e non crediamo proprio che il presupposto del nuovo lavoro qualificato, rispettato, dignitoso, possa risiedere nei licenziamenti facili. Su questo io credo che dobbiamo essere forti, uniti, alleati sociali di chi è impegnato su questo terreno. Dobbiamo ringraziare chi, con la sua autorità morale, la leadership mondiale, come Papa Francesco lo ricorda ogni giorno:  il lavoro è la base primaria della dignità delle persone, non ci si può arrendere, non si può piegare tutto alle logiche della finanza e del profitto che non produce altro che ricchezze per pochi, senza immaginare una redistribuzione sociale e un valore di questo per la coesione e la crescita. C’è qui un problema sociale grande per noi, per la nostra professione, che si coniuga con la grande questione che ho introdotto della libertà e dell’autonomia, presupposti questi  da riaffermare anche in questo contesto.

La stampa sul lavoro, sulla fatica dei sindacati, ha troppo spesso, senza generalizzare, prestato voce, attenzione e cura a questo cambiamento che di riformatore in senso progressivo  ha poco, e ha prestato poca attenzione alle ragioni del dissenso, della protesta, dell’alternativa. Le voci del lavoro sono voci di una civiltà democratica che non si esprime solo attraverso i partiti e i governi, il confronto di merito anche sulle compatibilità sociali ed economiche è un passaggio che mantiene un suo rilievo per la coesione sociale e per la crescita. Certo in passato il feticcio del salario variabile indipendente da qualsiasi valore era una cosa che oggi non è più riproponibile così. Il discorso sta nella sfida che altri però hanno rifiutato di cogliere e magari hanno negato in origine, declinando in maniera devastante quel nuovo diritto del lavoro che piace a tanti e che è definito da una sola parola  “flessibile”. Laddove flessibile non significa spesso allargare l’area del lavoro, renderlo dinamico, ma significa comprimerlo in tutte le sue declinazioni. Molte imprese, anche nell’editoria, hanno cominciato a creare  sempre di più quote del lavoro prelevate dal mercato secondario, quello dei precari per pagare meno, dribblare le regole, avere mano libera. I risultati economici non sono positivi - e allora lo dico agli imprenditori che sono qui presenti -:  è tempo di cambiare anche per lo stesso concetto di impresa. Nel nostro settore vale e tira l’impresa se e quando mette insieme con equilibrio, intelligenza e cultura editoriale progettualità innovativa,  persone,  professionalità e  risorse. Era la strada ed è la strada per creare valore anche se riconosco che è impegnativa, molto impegnativa, da percorrere per tutti, noi compresi,  servono  risorse per reggere la sfida nel tempo breve, sino all’uscita dalla crisi.  Perché c’è un problema di compatibilità economica tutt’altro che secondario. La via della finanza speculativa non va e non  produrrà sbocchi, soprattutto nell’editoria. Per cambiare dobbiamo fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità e anche nel frattempo, come abbiamo fatto, portando i materiali buoni per costruire la nuova strada, rafforzando la capacità di espressione e rappresentanza politica nella ricerca di alleanze sociali –a partire dai nostri maggiori sindacati confederali. Perché noi abbiamo ripreso il nostro cammino dopo la guerra e la liberazione da un patto con i nostri maggiori sindacati che attende di essere rinnovato e vivificato nel tempo moderno, cari segretari dei sindacati confederali. Non tutto è perso, ma occorrerà non arrendersi alla prima sconfitta. Ce ne sono state, ce ne potranno essere ancora purtroppo, è  sempre così nella storia del movimento operaio e dei lavoratori, ma le buone battaglie non si abbandonano, non si abbandona ciò in cui si crede;  la storia di tutti i sindacati è fatta di battaglie, che partono da lontano, spesso si vincono dopo tanti anni, l’importante è che queste battaglie non si cancellino nella nostra agenda al primo ostacolo. Siamo in grado di vivificarle, di realizzare intanto tutto ciò che appare possibile in questo disegno,  atto dopo atto, così è stato dopo Bergamo, in una visione di piano contro la precarietà, c’è l’attività solidale della categoria, concretizzata negli sgravi per le assunzioni  a tutti.  Rinnovi di assunzioni, fatto per i primi anni del nostro mandato a carico solo della categoria, delle nostre Casse, della nostra contribuzione sociale per tre anni; la lotta per creare le condizioni  di riconoscimento del lavoro autonomo, e della sua dignità  contrattuale. Alla fine di un giro si arriva per tappe, sono tante le tappe e nella condizione di crisi eccezionale che viviamo e di trasformazione  del mercato del lavoro come abbiamo detto, dobbiamo metterne molte in conto.

Anche dopo i nostri sgravi, che non hanno prodotto un significativo differenziale, la crisi incombente è li e si misura nei dati. Ve ne leggo alcuni: nel 2010 avevamo 16.800 giornalisti attivi e contribuenti, oggi ne abbiamo meno di 16.000; nel 2009 avevamo 6000 pensionati, oggi ne abbiamo circa 8200 (mi correggerà il presidente dell’Inpgi nel pomeriggio), abbiamo più di un pensionato per due giornalisti che lavorano e quindi dobbiamo reggere un sistema previdenziale con queste risorse, dobbiamo pagare le pensioni e assicurare la socialità. Cominciamo  a rifletterci. Dobbiamo rimettere in moto il mercato del lavoro, e dobbiamo farlo nell’ottica di piano che abbiamo cercato di mettere in atto, che abbiamo fatto d’intesa con tutti gli organi della categoria, soprattutto i nostri Enti sociali, l’Inpgi e veri, che stanno sulle cose come stanno ai loro compiti istituzionali nella sensibilità dei dirigenti che li governano; eppure dopo i nostri sgravi che non hanno prodotto risultati per la crisi devastante e drammatica  che è andata oltre e che nell’ultimo anno ci ha fatto perdere altri 1000 posti di lavoro secchi (perché le riduzioni strutturali dei posti di lavoro sono andate avanti) siamo riusciti a fare qualcosa di più. Abbiamo perso delle battaglie, ne abbiamo vinto delle altre;  su questo tema siamo meno soli, abbiamo incontrato un ragionamento aperto di sistema con gli editori, abbiamo incontrato un ragionamento aperto nei governi e con gli ultimi due governi abbiamo siglato dei patti importanti: il primo con il Governo Letta che ha aperto la strada, il secondo con il Governo Renzi che ci ha messo materialmente l’esecutività dei denari per dare sostegno pubblico, per la prima volta nel nostro mondo, con un piano che promuove e sostiene le nuove assunzioni, mentre si accompagna il bisogno di protezione sociale per chi va a rischio di lavoro e di reddito per se stesso e per le proprie famiglie. Siamo in cammino, e questo cammino io credo, a prescindere da chi vincerà la competizione congressuale per le cariche, sia indispensabile poterlo continuare con rigore e attualità. La spinta a fare di più che darà il Congresso sarà importante, come importante spero sia l’energia di un cambio dirigenziale che è nelle cose; ma sarà determinante saper sviluppare una nuova politicità di impegno elevato nel rapporto con gli interlocutori, il Governo, il Parlamento, le imprese. Servono ulteriori riforme di sostanza che aprano e vincolino la corresponsabilità, il protocollo firmato in sede di governo il 25 giugno che va valorizzato e che è suscettibile di miglioramenti e arricchimenti a partire da un minimo di regole di democrazia economica per l’editoria, organizzatrice e produttrice del bene pubblico informazione professionale diffuso ai cittadini che preveda ad esempio forme di partecipazione dei lavoratori  alla verifica delle politiche aziendali laddove intervengono fondi pubblici di sostegno e ammortizzatori sociali. Non dobbiamo avere paura del termine democrazia economica. Non dobbiamo averla noi, e chiediamo agli editori di aprirsi nel loro interesse e in quello collettivo, per essere soggetti e promotori di sviluppo e  di vera innovazione, di cambiamento, di modernità.

Da lì si parte, a mio giudizio. Questa modernità, questo cambiamento, dobbiamo farlo incrociando esperienze,  esigenze, realtà diverse, ruoli e funzioni diverse, nelle reciproche autonomie, nel rispetto che si deve. Se mancano le interlocuzioni o se pensiamo che dell’interlocutore si possa fare a meno perché alcuni ci sono antipatici, abbiamo sbagliato la strada.  Questa è una fase non semplice per noi, per il nostro modo di essere. Grazie alle identità che il contratto e il nostro welfare ci assicurano e ci hanno assicurato. Abbiamo visto che le certezze sono in cambiamento,  ma le certezze possono esserci se vogliamo e possiamo costruirle con rigore e responsabilità, rifuggendo da “ismi” di cui parlerò dopo.

E in questa fase non semplice un posto primario, rilevante hanno appunto la previdenza e il welfare. In una fase in cui tutte le attività, tutti gli operatori di questo campo nel nostro mondo sembrano quasi finire sul banco degli imputati perché si vuole sempre un di più, si vuole sempre chissà cosa, si dice sempre “ciò non basta”. Prima di imputarci a vicenda, interroghiamoci sullo tsunami (sette anni fa parlavo di un tir addosso) che si è abbattuto sull’editoria, mettendo a rischio imprese e con esse posti di lavoro,  contributi previdenziali e sociali, gli istituti  sociali della categoria. La nostra Casagit solo  in un anno ha perso tre milioni di euro, eppure continua ad assicurare livelli di assistenza che altri non hanno e ci invidiano; anzi si offre come terminale de servizi per un welfare  secondario di assistenza  sanitaria nel momento in cui lo Stato sembra considerare questo un impiccio, un problema. Lo stesso vale per la previdenza anche se lo Stato, con alcune sue iniziative, tende a pensare che la previdenza sociale  - lo pensano anche alcuni politologi e analisti, alcuni scienziati, si dice, della previdenza - sia  un’altra cosa, sia provvidenza sociale. La previdenza sociale per noi è ben altra cos;  noi abbiamo bisogno di preservarla e irrobustirla nei tempi che viviamo con l’aiuto di tutti e la consapevolezza che lì risiede una parte del nostro futuro, per noi e anche per le imprese. Dò atto alle imprese di aver concorso, intelligentemente e correttamente, però siamo arrivati credo alla fine, credo che siamo arrivati al massimo dell’impegno su questo. L’abbiamo fatto con il protocollo, gli accordi e i contratti. I contratti stipulati in questi sette anni (due, ma direi che  sono tre, perché quello economico quando avevamo la contrattazione quadriennale di fatto è stato  un vero e proprio nuovo contratto), hanno realizzato la più grande redistribuzione di reddito di tutti i tempi avvenuta nel nostro settore. Un’operazione solidale, discussa e magari discutibile, attraverso la quale ci siamo fatti carico per la nostra parte delle responsabilità di sistema verso i colleghi più deboli o a rischio di diventarlo, privilegiando gli istituti previdenziali e sociali  rispetto alla busta paga. Inpgi, Casagit e Fondo complementare sono stati al centro, perché lì sta il pilastro delle nostre garanzie di autonomia sociale e di libertà. Si è trattato di riconoscere come priorità il finanziamento di politiche per il lavoro, per gli ammortizzatori sociali, su tutti le Cigs e i contratti di solidarietà, la prosecuzione delle prestazioni Casagit, scelta consapevole del Cda della Cassa (da noi pienamente condivisa e sostenuta) ai colleghi che perdevano i posti di lavoro. Il fondo contrattuale per le perequazioni minime delle pensioni più basse con cinque euro del possibile aumento di stipendio nel precedente contratto, senza dimenticare l’accordo per l’aumento entro gennaio del prossimo anno del 3% dell’aliquota contributiva previdenziale a garanzia della pensione, primo pilastro, che ci porta nella contribuzione per le pensioni allo stesso livello dell’Inps sostanzialmente. E da ultimo come non ricordare gli aumenti in busta paga uguali per tutti con attenzione ai livelli economici più bassi e l’impegno per rafforzare e solidificare la previdenza complementare dei giornalisti, il Fondo complementare,  secondo pilastro, a capitalizzazione, questo sì,  per il quale occorre trovare le risorse anche attraverso le dinamiche salariali.

Se la busta paga non cresce non vedo come i colleghi possono trovare le risorse per finanziare questo secondo pilastro nel momento in cui quella di primo pilastro  si dimezza rispetto a quella degli anziani. Noi abbiamo il dovere di lavorare per evitare conflitti tra generazioni, lo strappo tra le generazioni, la rottura sociale della categoria come sta avvenendo nel Paese. Questa linea è coerente con i principi, con le linee espresse negli ultimi Congressi, peraltro io credo incardinate nella tradizione e nella storia della Fnsi. Nella linea solidaristica affermata con rigore, avendo l’accortezza di non arretrare di fronte agli estremismi  parolai, del “più uno”  del  “ci vuole di più”  del “non basta”. C’è una questione di metodo, chi vuole contesti pure.

Nel tempo dei contratti che non si fanno, neanche nel pubblico impiego,  neanche per gli insegnanti, da anni non si fanno per i dirigenti della FIEG nel settore editoriale, non si fanno per i poligrafici  - che anzi sono chiamati a sborsare soldi per tenere in vita ciò che rimane del Fondo Casella -, nel tempo dei rinvii di coloro che continuano a demolire il contratto, alcuni avrebbero voluto un rinvio per cercare di incassare un dividendo  politico interno (cosa deleteria e questo giudizio l’ho detto e lo confermo con forza da questa tribuna), nel tempo dei rinvii e dei contratti rimandati, con ben altro impoverimento delle remunerazioni incassate, questo è un risultato che considero straordinario. Lo rivendico con forza, e mi piacerebbe che lo facessero con trasparenza e altrettanta forza tutti coloro che in Giunta e nelle Associazioni di Stampa,  hanno condiviso e partecipato a questo processo.

Il tempo delle finzioni, il tempo del doppio detto, non paga. Le cose verranno fuori tutte, perché il conto viene presentato a tutti, il tempo sarà buon giudice oltreché buon maestro. Ricordo la fila di colleghi che hanno contestato e lavorato per demolire il contratto, magari sostenendo direttamente e indirettamente aggressioni alla Federazione della Stampa e ai suoi dirigenti perché hanno firmato il contratto,  molti di loro venivano nella mia stanza a chiedermi: “per favore andate avanti con il presidente Rossi, cercate di portare a casa il possibile, salvate il contratto e fatelo”. Salvo poi dire: ci avete negato la partecipazione, ci avete negato il controllo del contratto, ci avete negato il conflitto, ci avete negato il negoziato”. Siamo stati nella linea, l’abbiamo sempre resa trasparente a tutti i membri di giunta, a partire da coloro che vivevano nella stanza, a coloro che addirittura sostenevano che bisognava firmare già prima, penso all’ex Fissa, cose ben diverse da quelle che abbiamo firmato sette mesi dopo, non è mio interesse additare nessuno, ma ciascuno sa cosa sto dicendo, poi dopo magari descriveva altro nelle sue assemblee, con le urgenze e emergenze di un lavoro 24 ore su 24 che non ci ha mai abbandonato, perché non abbiamo lasciato nessuno solo in nessuna vertenza. Ringrazio in particolare Gigi Ronsisvalle, ma anche Daniela Stigliano, Besana, ma anche Perucchini, Lo Russo,  tutti quelli che si sono davvero prodigati. Ringrazio meno altri evidentemente.  In primo luogo ringrazio in maniera assoluta Giovanni Rossi, che si è trovato a fare il Presidente in una condizione diversa, proprio perché nessuno fosse lasciato solo, affinché tutte le energie  fossero  impegnate sui punti primari del dolore e della sofferenza. Chi aveva bisogno di una parola, di un conforto e di un’assistenza. Eppure nonostante questo abbiamo fatto un lavoro di fatica democratica immenso e di concretezza, che andava portato correttamente e trasparentemente, così come trasparente è stato nell’evoluzione del lavoro di giunta.

Per cabotaggio sono state dette spesso altre cose, per un piccolo dividendo politico da incassare magari in questo Congresso, farà la fortuna forse di qualche voto, ma non la fortuna di un disegno. Lo stesso spirito e carattere ci sono stati nell’azione che abbiamo svolto sul piano contrattuale allora per i collaboratori, altro punto dolens. I collaboratori erano solo fantasmi per gli editori, anzi addirittura erano additati come imprenditori di se stessi, svillaneggiati, sapendo bene che chi guadagna un euro, due euro per un articolo non è un imprenditore: è un lavoratore sofferente che coltiva una speranza di essere un giornalista, di essere un lavoratore titolare di diritti. Benché per gli editori e per tutti siano produttori di valore per i loro giornali; oggi sono soggetti professionali, titolari di  identità e di diritti, anche economici, per quanto si tratti solo dell’apertura d’una strada. Eravamo a zero su 100,  adesso siamo a 50. Per chi vorrà, potrà  e dovrà c’è da cimentarsi con nuove sfide già a partire dal prossimo contratto; lì forse si potrà rinnovare nel marzo dell’anno prossimo, ma c’è una strada percorribile, una strada che è disegnata, delineata in parte, con il sottofondo preparato. C’è qualcosa di più quindi dello zero che avevamo, direi molto di più sul piano dell’identità, dei diritti esigibili e riconoscibili, così come lo sono i primi riconoscimenti sul piano del welfare. Il lavoro autonomo era al centro del dibattito di Bergamo, così come lo era il contratto nazionale, il cui rinnovo era tutt’altro che scontato, semmai più vicina stava diventando l’ipotesi  del suo esaurimento. Nel contratto oggi ci sono nuovi diritti, per gli autonomi da irrobustire, nuove opportunità, per la nuova occupazione, per un ricambio anche generazionale sul piano professionale, c’è un disegno che solo chi è animato da altri scopi come  ho detto prima, magari legittimi tutti, però interni e autoreferenziali,  di quella autoreferenzialità che sta concorrendo ad uccidere la nostra Italia come ha rilevato De Rita nella sua Relazione al rapporto Censis di quest’anno;  riguarda noi, la politica, altri soggetti, e rifiuta di vedere. Invoca magari nuove idee, ma ricicla  quelle vecchie, con una riverniciatura di modelli di comportamento superati da tempo. Magari possono far presa nella disperazione o nella brama di vedere soddisfatti egoismi particolari, ma non reggono né reggeranno tuttavia al tempo che, come ho detto, sarà buon giudice. Ci vuole pazienza e tanta responsabilità e auguro pazienza, responsabilità, e coraggio ai dirigenti che mi  succederanno. Ma torno al disegno che è quello di una rotta inclusiva, solidaristica,  che fa i conti con la realtà e pianta nuovi alberi per il futuro. Dovranno essere accuditi con cura se non si vuole che deperiscono subito e se si vuole che producono altri frutti.

Il dibattito precongressuale sembra aver rimosso i nodi contrattuali per privilegiare la costruzione di un consenso che rischia di essere finito, politicamente debole, buono magari per fare maggioranze numeriche ma non per tracciare una rotta sicura. La discussione e la verifica non possono essere affidate all’umore del momento, a slogan di rapido consumo. Spero che il dibattito congressuale smentisca questa mia sensazione: dobbiamo lavorare per essere altro, possiamo e dobbiamo farlo perché sappiamo che sappiamo farlo, se vogliamo. Per me la preoccupazione centrale rimane quella del contratto  collettivo nazionale del lavoro giornalistico, unica vera garanzia dell’autonomia e della libertà professionale delle scelte di ciascuno. Il contratto ha bisogno certo di essere innovato molto di più, ma per fare questo non si può fare il gioco di chi vorrebbe farlo morire. Dalla crossmedialità siamo arrivati al transmedialità  insidiosa più che mai, decidere chi è giornalista, dove metterlo, come assicurargli le condizioni per affermare la propri dignità professionale ed etica, a questo punto è un tema di ragionamenti per il prossimo contratto. Esercitarsi al suo rinnovo è  già compito immediato, ma intanto c’è un contratto robusto,  rinnovato, c’è  ed è garanzia della professione ed è invidiato e invidiabile a ogni latitudine. Ce lo dicono i nostri colleghi nel mondo. Negarlo è  farsi del male come lo è non voler vedere la realtà dei fatti, non voler conoscere il mondo nella sua dimensione reale e nei suoi tumultuosi cambiamenti globali.

La vecchiaia del contratto non ha impedito e non impedisce di includere i nuovi giornalisti che stanno nelle nuove realtà editoriali, possiamo portarli dentro mentre cerchiamo di adeguare norme ed identificare meglio le figure del cambiamento con giusti riconoscimenti. Ma se questo processo per la forza dell’interlocutore può portare a un travolgimento del contratto, salviamo il contratto e manteniamolo vitale. Ecco perché allora rivendico fino in fondo chi con coerenza, con questa Giunta e con questo Segretario, ha lavorato. Il lavoro di questa Giunta e di questo segretario ha portato fino in fondo coerentemente questa linea nei rinnovi contrattuali da poi. Così come lo hanno determinato non Siddi, non singoli membri, non singoli capricci, ma i Congressi della Fnsi e dei suoi organismi. Piaccia o non piaccia la propaganda dura poco e non porta risultati. E lo faccio questo ricordando la portata delle scelte strategiche che abbiamo fatto, in ragione dei tempi, delle condizioni oggettive vissute. La portata del risultato politico: 1) un sostegno al welfare a tutela dei giornalisti colpiti, e a sostegno della rimessa in moto del mercato del lavoro professionale. 2)  la riaffermazione del ruolo e della funzione del sindacato, attore sociale riconosciuto e riconoscibile nel tempo in cui le formazioni intermedie soffrono per la crisi di legittimità e subiscono gli attacchi di chi vuole modificarne il ruolo.  Su questo abbiamo cercato di trattare come interlocutori veri, con il Governo e il Parlamento. Sento un ritornello di chi è distratto, o di chi vive come tanti giornalisti della superficialità delle cose, cogliendone così  sensazioni, aspetti che ci danno apparentemente vigore nell’immediato, è cioè la chiacchiera che non abbiamo peso politico. Auguro alla Federazione di avere interlocuzione e peso politico come l’ha avuta negli ultimi, non sette anni di Siddi, ma negli ultimi 15 anni e forse venti.
Io, ahimé, sono diventato vecchio da questo punto di vista, sono entrato nel Consiglio nazionale nel 1992; per taluni è stata una colpa, perdonatemi ma io non la vedo, quella di trattare con il Governo, con questo Governo oltreché  con i precedenti. Questo gruppo dirigente ha trattato con Governi di segno diverso e di colore diverso. Mai mollando sui punti fondamentali della sua linea, anzitutto quella della libertà del diritto di cronaca, mai. Berlusconi, prima ancora Prodi,  la legge Mastella se ve la ricordate, c’era ancora Serventi nella fase finale del suo mandato e io ero Presidente, poi di nuovo Prodi, poi Monti, Letta, e ora Renzi. Abbiamo tenuto la barra con coerenza e determinazione  sui quei temi come sui temi della socialità, portando a casa anche dei risultati. Ai tempi del Governo Berlusconi molti dicevano li avete portati a casa quei risultati perché avevano  un interesse a fare i prepensionamenti . Oggi  chi rischia di rimanere senza pensione, senza cassa integrazione o solidarietà ci chiede i soldi per quello e li avevamo portati a casa per la prima volta col Governo Berlusconi e con un Sottosegretario che si chiamava Bonaiuti. Dò atto a  tutte queste persone che abbiamo incontrato, a tutte queste intelligenze che hanno discusso e si sono confrontate nel merito delle cose.

La stessa cosa l’abbiamo fatta con il Governo Monti, l’abbiamo fatta prima ancora di Berlusconi, la pausa breve di Prodi,  con il sottosegretario Levi, avviando i primi passi della riforma dell’editoria, quella assistita e finanziata in particolare, introducendo criteri di moralizzazione e di pulizia che rivendico alla lotta di questo sindacato.

Così i Lavitola non ci possono più essere perché questo sindacato ha portato a casa con il Governo Prodi e con Richy Levi e dopo con il Governo Monti e con Peluffo, sottosegretario, un risultato straordinario di rinnovamento dei regolamenti. E poi con il Governo Letta, Sottosegretario Legnini,  il patto di agosto del 2012,  patto di sistema con tutti i soggetti del settore dell’editoria, dalla Fieg all’Ansa o  passando per l’Uspi,  alla Fnsi che ha gettato le basi per una nuova politica sociale per il settore.

E con il Governo Renzi, e con il sottosegretario Lotti, si è sostanziata in un intervento efficace, pratico, concreto, di svolta,  che ci obbliga a una sfida e a misure nuove. Però rilevanti, che corrispondono alle nostre richieste antiche che duravano da 15 anni:  i prepensionamenti “si”, se ci sono assunzioni, se c’è innovazione e sviluppo,  se gli investimenti non consistono solo nell’acquisto di quattro macchinette da mettere in redazione. Se ci sono le persone come investimento primario, cioè coloro che danno un senso all’informazione, alla qualità e che nel tempo della globalizzazione rendono appetibile e interessante anche dal punto di vista mercantile l’informazione per l’industria dell’informazione appunto.  Il divieto per i prepensionati di continuare a lavorare in redazione negli stessi ruoli di prima, e oggi dobbiamo continuare quella battaglia, devono sparire i colleghi che la domenica vanno a chiudere il giornale o a farlo pur essendo andati in pensione con un bonus, togliendo lavoro ai precari e ai giornalisti che avrebbero diritto di lavorare la domenica per integrare i loro salari.
(applausi)

Queste cose le abbiamo sempre combattute, le continuerete a combattere, le combatteremo insieme, io lo farò da militante insieme a voi. Sono battaglie di qualità, di riferimento che non vengono meno, ma lì abbiamo messo per la prima volta un punto fermo, nella legge non solo in una circolare. Che ci obbliga a fare i conti spesso con i nostri colleghi anche con i nostri Cdr, molti dei quali vengono  e ci dicono “ma come si fa, poverino, come facciamo a dirglielo noi, glielo dovete dire voi”, quasi che noi  fossimo i poliziotti.

È una cultura sindacale, morale, solidale che dobbiamo riprendere a sviluppare a tutti i livelli e latitudini. Anche su questo siamo stati nel solco che contestate quando venite alla tribuna,  nel solco tracciato con gli obiettivi che ci eravamo posti. Penso che sia un riferimento importante, si tratta con i governi a prescindere dai c

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